Conferenza “Questo Papa piace troppo”

Venerdì 28 marzo si è tenuta, presso il Circolo Culturale John Henry Newman di Seregno, la conferenza di presentazione del libro “Questo Papa piace troppo”, di Ferrara – Gnocchi – Palmaro, edito da Piemme. Siamo grati agli organizzatori, che ci hanno trasmesso gli interventi dei relatori, che ora proponiamo all’attenzione dei nostri lettori. In calce agli interventi riportiamo anche il testo dell’omelia di Don Marino Neri, nella S. Messa celebrata sabato 29 marzo, in suffragio di Mario Palmaro.

16 aprile 2014

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Presentazione – di Andrea Sandri

inc pal gnLa conferenza di oggi riguarda un libro, che contiene, assieme a un interessante scritto introduttivo di Giuliano Ferrara, una serie di articoli comparsi prevalentemente nel corso dell’anno passato e firmati da Alessandro Gnocchi e da Mario Palmaro. L’importanza di questi scritti, che destarono ogni volta grande attenzione e anche un certo clamore, sta nell’avere fissato la natura di una pontificato, quello di Francesco che non cessa, per così dire, di stupire.

Discuteremo questa sera il contenuto e il senso di Questo Papa piace troppo. Un’appassionata lettura critica, tale il titolo del volume, con il coautore Alessandro Gnocchi e don Marino Neri, che è teologo, cultore di antichità classiche ed ecclesiastiche e, cosa che qui più importa, un leale sacerdote cattolico. Devo purtroppo rilevare che Giuliano Ferrara, la cui presenza è stata confermata fino all’ultimo momento, ha comunicato la sua assenza per motivi che ci sono apparsi del tutto plausibili. Pur non potendo assumerci le colpe di questo incidente, ce ne scusiamo di cuore.

Giuliano Ferrara, da canto suo, si è detto disponibile a farci visita a breve termine per riprendere, sotto altri profili, la riflessione che oggi iniziamo.

Questa conferenza è dedicata al coautore del libro Mario Palmaro morto il 9 marzo. Domani mattina alle ore 10.30 don Marino celebrerà una Messa in Rito Romano antico in suffragio dell’anima di Mario presso la Chiesa di San Vittore in Piazza Vittorio Veneto, qui vicino, a Meda. Siete naturalmente tutti invitati. Ringrazio la moglie di Mario, la signora Anna Maria Palmaro, che questa sera ci onora con la sua presenza.

Prima di lasciare la parola a don Marino vorrei, a mo’ di introduzione e di contributo, svolgere alcune brevi considerazioni.

Un Papa gesuita

Il Beato Cardinale J.H. Newman ne La missione di San Benedetto, uno scritto del 1858, osserva, seguendo probabilmente un’indicazione del filosofo positivista August Comte, che ai tre grandi ordini della storia cristiana – benedettini, domenicani e gesuiti – corrispondono tre prevalenze che a loro volta caratterizzano le tre età: antichità, medioevo ed evo moderno.

Nei benedettini prevale la “poesia” (la preghiera, la liturgia e una vita ordinata dall’Ufficio divino); nei domenicani prevale la “metafisica” (la speculazione razionale delle cose della fede che, secondo la formula di San Tommaso d’Aquino, richiedono l’intelletto); nei gesuiti la “pratica” (“la conoscenza dell’umanità – scrive Newman – che non può essere appresa nei chiostri”).

In queste osservazioni Newman, a differenza del positivista Comte, è ben consapevole del fatto che in ogni caso si tratta semplicemente di prevalenze. La prevalenza di ogni ordine religioso è, per così dire, controbilanciata dagli altri elementi: anche il benedettino contempla intellettualmente le verità divine ed esercita il senso pratico; le stesse considerazioni valgono anche per i domenicani e i gesuiti.

Il pericolo del gesuita (potrei soffermarmi anche sul pericolo del benedettino o su quello del domenicano, ma non è questa l’occasione) sta proprio nella costante tentazione di passare dalla prevalenza del senso pratico alla sua assolutizzazione. Se si fa attenzione, ci si accorge che l’evoluzionismo di Theilard de Chardin, l’esegesi storica del Cardinal Bea, la “svolta antropologica” di Rahner, la morale del caso concreto di Josef Fuchs, che oggi sembra riprendere vigore nelle aberrazioni del famoso “teologo in gamba”, sono altrettanti casi di esercizio esclusivo del “senso pratico” da parte di gesuiti moderni. E’ già la tentazione di alcuni francescani del tardo medioevo, di Scoto e di soprattutto Ockham, che ridotta la realtà a nomen videro in ogni cosa la voluntas. E’ la tentazione dei gesuiti di Salamanca che di fronte all’incertezza di una delle premesse di un sillogismo si accontentavano di una volontà sufficientemente autorevole che la confermasse, per dedurre una conclusione certa. Su questo punto ha scritto pagine assai istruttive lo storico inglese Owen Chadwick nel secondo capitolo del fondamentale From Bossuet to Newman. The Idea of Doctrinal Development (University Press, Cambridge 1957)

La “pratica”, privata della metafisica e della poesia (preghiera, liturgia), può presentarsi come “misericordia”, “pastorale” oppure persino come “carità”, ma in realtà nella sua immanenza tende a identificarsi con la volontà che è la sostanza stessa delle costruzioni (o decostruzioni) di ogni razionalismo o irrazionalismo moderno. In questo senso Comte coglie meglio nel segno di quanto faccia Newman.

Nel leggere allora gli articoli di Alessandro e di Mario e, in questi giorni, la prefazione di Ferrara – che, soffermandosi intelligentemente su figure come quelle di Pietro Favre, coglie perfettamente la “modernità” dei gesuiti – mi è sembrato di vedere in questo “Papa che piace troppo” l’immagine riflessa, non saprei dire se più grande o più piccola, del gesuita comtiano che non può giudicare perché può solo volere e risolvere. Ecco, io credo che questo sia il problema.

Intervento di Don Marino Neri

Il vocabolo “simbolo”, come è a tutti noto, è una voce che deriva dalla lingua greca σύμβολον , a sua volta connesso col verbo συμβάλλω “mettere insieme”: il simbolo dunque unifica in un solo segno due elementi altrimenti differenti, l’uno materiale e l’altro ideale o spirituale, a cui il primo è legato per similarità o analogia. Ecco perché σύμβολον significa anche “segno di riconoscimento”: esso consente al soggetto di riconoscere immediatamente qualcosa a partire proprio dalla sua consistenza materiale, la quale tuttavia non si esaurisce in sé , ma veicola un messaggio che la supera. In sintesi, l’enciclopedista e vescovo altomedievale Isidoro di Siviglia così afferma: Symbolum per linguam Graecam signum vel cognitio interpretatur (orig. 1, 19, 57: “Simbolo, in greco, significa segno e conoscenza). Questa definizione è estremamente icastica: simbolo è segno e conoscenza, o meglio ancora, potremmo dire un segno che trasmette una conoscenza, in senso lato.

Pertanto, il simbolo è qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto a evocare in particolare entità astratte, di difficile espressione: la volpe è simbolo dell’astuzia, il leone della forza, il cane della fedeltà, ecc. (vd. Voc. Treccani, sub voce).

L’uomo ha bisogno di segni e di simboli, in quanto non è un angelo, bensì una persona dotata di un’anima, ma anche di un corpo. Dunque, al fine di fare penetrare al meglio determinati concetti spirituali ovvero verità di Fede, egli necessità di simboli e di segni. Così si esprime S. Tommaso d’Aquino, parlando dei segni sacri per eccellenza, i Sacramenti (“segni efficaci della Grazia”): «Ora, all’uomo è connaturale giungere alla conoscenza delle realtà spirituali attraverso quelle sensibili. D’altra parte il segno serve come mezzo per conoscere altre cose. Poiché dunque le realtà sacre significate dai sacramenti sono certi beni spirituali e soprasensibili che santificano l’uomo, ne segue che la significazione dei sacramenti sarà pienamente compiuta attraverso elementi sensibili» (S. Th. IIIa pars q. 60 a. 4 ad 3).

E cosa più delle religioni, in generale, deve evocare elementi astratti? È noto che tutte le religioni si servono di un codice di simboli per dare un’impalcatura al loro complesso di credenze e trasmettere queste ultime nella maniera più incisiva possibile; la religione cattolica, l’unica da Dio rivelata, è massimamente simbolica, in ogni suo aspetto: nella Liturgia, nei Sacramenti, in tutta la sua vita. Anche le persone deputate a un incarico nella Chiesa ricoprono un carattere simbolico: e tra questi, il massimo del simbolismo è concentrato nella persona del Sommo Pontefice, il Papa.

Chi è il Papa? Il Papa è il Vicario di Cristo in terra: se infatti a reggere la Chiesa è Cristo glorificato che siede alla destra del Padre (capo invisibile), poiché lo stesso Cristo ha voluto la Chiesa come societas visibile e gerarchicamente ordinata, l’ha dotata di un principio di unità e di un Capo altrettanto visibile che in sua vece la regga nel governo esterno: e questo è infatti il Papa, Christi Vicarius. Questa definizione è ben spiegata nella Bolla sull’unione con i Greci Laetentur caeli di Eugenio IV (6 luglio 1439), durante il diciassettesimo concilio ecumenico, il Fiorentino (vd. Denz. 1307): «Definiamo inoltre che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico Vicario di Cristo (successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi Vicarium), capo di tutta la Chiesa, Padre e Dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale».

Poiché dunque la figura del Papa è stata rivestita da Cristo stesso di siffatto potere (“pascere, reggere e governare la Chiesa universale”), affinché la coscienza del credente sia sempre più persuasa di questa verità, la Chiesa, nel corso dei secoli, lo ha circondato di una serie di segni che conducano il fedele a non vedere più in quell’uomo elevato al Sommo Pontificato la persona, ma l’altissima funzione cui è stato elevato. Il Papa in qualche modo deve quasi inabissarsi in quel sapiente e talora intricato “reticolato” simbolico che lo circonda al fine di non essere più visto come Cefa (l’uomo semplicemente eletto, con i suoi gusti, le sue peculiarità, le sue opinioni) ma Pietro (il Vicario di Cristo, colui che deve difendere la Fede e la Chiesa non già sulla base di opinioni o di mode, ma in obbedienza suprema alla Traditio).

Se, da ultimo, i simboli non sono indispensabili a livello dell’essenza per l’esistenza del Papa e del Papato, essi sono certo estremamente utili a esprimerne la funzione, a inculcare nei fedeli (ma anche negli infedeli) che egli non è un semplice capo di Stato, un filantropo, o un buon uomo simpatico o con altre caratteristiche, ma è il pontefice, il ponte tra il tempo e l’eternità. Egli è il vertice visibile della Tradizione divina ed ecclesiale e di essa è il garante e il difensore; Egli non annuncia se stesso ma Colui del Quale è Vicario. E per corrispondere con ogni mezzo a questa suprema vocazione, sì, ha bisogno di scomparire sempre più nei simboli del Papato: cosicché poco importerà se un Papa provenga da un ordine mendicante o da una ricca famiglia; dal mondo intellettuale o dalla vita eremitica; dall’estremo Nord dell’Europa o dall’America Latina: egli, pur mantenendo le insopprimibili differenze tra un soggetto e un altro, nell’esercizio della sua funzione pubblica non è più semplicemente “quello di prima” e con umiltà si sottopone a quei segni e simboli che ne rivelano agli occhi del mondo il ruolo. E se è pur vero che, nella storia della Chiesa, talora alcuni Papi hanno fatto prevalere, in qualche aspetto marginale, il gusto estetico personale rispetto al cerimoniale tradizionale, quest’ultimo, osservato comunque nella maggior parte dei suoi elementi, ne assorbiva e ne copriva la temporanea deroga con l’imponenza del suo simbolismo.

Ma, per esemplificare in modo molto concreto e quindi concludere, proviamo a togliere, non già al Papa, ma a un pubblico ufficiale civile pressoché ogni suo segno riconoscibile. Priviamo, p. es., il Carabiniere del cappello, della divisa, del simbolo dell’arma, dei caratteristici pantaloni scuri colle strisce rosse laterali ecc., magari con lo scopo di renderlo meno truce al cittadino, “più vicino a lui” o meglio “uno come lui”. Dopo poco tempo, più nessuno lo riconoscerà né avrà il doveroso contegno che si deve alla Forza Pubblica né si aspetterà da lui che intimi un ordine perentorio. Certo egli resterà sempre un Carabiniere, non verrà meno la sua qualifica,…ma quale impoverimento oggettivo dell’azione sua propria!

Fatte le dovute proporzioni – mutatis mutandis e salva reverentia -, applichiamo tutto ciò alla persona del Sommo Pontefice: tolto (quasi) ogni segno, eliminato il simbolismo, minimizzata la sua visibilità Pontificale ecco che il mondo, cattolici compresi, vedrà sempre di più l’uomo, solo l’uomo, ancora “uno come noi”, ma stenterà a capire che è il Vicario di Cristo. Egli lo resterà pur sempre, senza dubbio, ma quale impoverimento oggettivo dell’azione propria a lui e a lui solo! E dunque? E dunque il mondo, cattolico e non, si aspetterà da lui sempre più gesti, parole, atteggiamenti umani, troppo umani, che inquadreranno la persona in un determinato target secolare più che delineare nella sua pienezza la figura, da tutti lontana e proprio per questo a tutti così vicina, del Vicario di Cristo, che nella storia dell’uomo si staglia come araldo di un Regno che non è di questo mondo.

Intervento di Alessandro Gnocchi

UNA CHIESA MALINCONICA

Dal linguaggio della rivoluzione alla rivoluzione del linguaggio.

L’anima “pop” del Concilio Vaticano II

Si affronta l’argomento sul piano dell’analisi del linguaggio. Ma si deve tenere presente che il linguaggio non è una modalità neutra di comunicare un contenuto. Non c’è aspetto del comunicare che sia neutro. Il linguaggio dipende da una forma: esprime, manifesta quella forma e, allo stesso tempo, entra a farne parte e contribuisce a definirla e a modificarla. Non si tratta di un semplice fenomeno, ma tocca l’intimità di ciò che esprime.

Questa analisi del CVII terrà presente questo evento storico come in una fotografia e, invece che cercare di collegarne i vari momenti e i vari aspetti nel corso del tempo, li legherà come contemporanei l’uno all’altro in quanto, a un certo punto, tutti insieme, come cause prime o cause seconde, hanno dato vita a un fatto che si è manifestato al mondo sotto le spoglie mediatiche del CVII.

Da questo punto di vista rende perfettamente l’idea ed è tecnicamente ineccepibile il titolo che recentemente sulla rivista La vita pastorale è stato dato a un articolo rievocativo di Alberto Melloni: “E fu il Concilio”.

A cinquant’anni di distanza, anche nella particolare prospettiva che è appena stata enunciata, sarebbe metodologicamente infruttuoso leggere un fatto storico come il CVII senza tenere conto di ciò che ne è seguito. A questo proposito, anche senza entrare programmaticamente nel merito teologico, il CVII va letto nel quadro della crisi della Chiesa cattolica, che è una “crisi formale”, cioè una crisi che ne tocca l’intimità dell’“essere” e, senza mutarne l’essenza poiché la Chiesa cattolica non è passibile di tale mutazione, si manifesta in una sorta di “mal d’esistere” che può essere ben spiegata con il concetto di “melancholia”.

La “melancholia” è una sorta di tristezza di fondo, una depressione inconsapevole, che porta un soggetto, pur tra sussulti di incomprensibile esaltazione, a vivere passivamente, senza prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avere un ruolo determinante. Si potrebbe definire come il desiderio, in fondo all’anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza o per raggiungere i quali non ci si sente all’altezza. La melancholia si manifesta in espressioni e in atteggiamenti indolenti che caratterizzano spesso l’intera esistenza di un individuo, salvo fugaci momenti di esaltazione in cui l’oggetto del desiderio sembra a un passo dall’essere raggiunto. Cfr. Bella Addormentata: la deriva kantiana della Chiesa che si ritiene inadeguata a parlare al mondo e si concepisce come problema. Da qui nasce l’ermeneutica.

Basta andare per oratori, parrocchie e curie per convenire che questa è la cifra comune e dominante del mondo cattolico postconciliare. Basta ascoltare un’omelia, leggere un documento, assistere a una liturgia del giorno d’oggi per comprendere che i “mal d’essere” è percepibile ovunque, anche là dove si parla in modo evidentemente forzato di “entusiasmo della fede”.

Nella prospettiva di questa analisi si può dunque definire “linguaggio melancholico” l’insieme di tutte le modalità espressive che manifestano il “mal d’esistere” che tocca la Chiesa nel suo “essere” e, se si vuol essere ancora più precisi, nel suo “essere cattolica”. In questo senso, nella sua componente umana, si può parlare, usando in senso traslato il linguaggio della metafisica, di “crisi formale”. Ciò è provato dal fatto che la crisi si manifesta proprio attraverso i due aspetti che ne devono caratterizzare l’“essere cattolica” della Chiesa, il suo “avere forma cattolica”: la dottrina e liturgia, che vanno considerate anche come forme del linguaggio.

Potrà apparire contraddittorio parlare di “linguaggio melancholico” a proposito di una Chiesa che nella Messa, la sua più alta forma di espressione, ha quasi completamente sostituito il concetto di sacrificio con quello di festa. Una Chiesa che fa dell’entusiasmo l’unico criterio per misurare la fede. Ma è proprio l’insistere ossessivo sul concetto di festa, il suo intellettualizzarlo, a mostrare che si tratta di un concetto debole, incapace di dare all’uomo il di più che cerca nel rito: il legame vero con il divino. Ma, anche in questo caso, si parla ossessivamente di ciò che non si ha. L’uomo che parla continuamente di festa è colui che è costretto a vivere perennemente nella ferialità celebrando se stesso.

Il concetto di “crisi formale” può sembrare eccessivo. Ma non si può tacere che, come ha teorizzato l’arcivescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi, all’interno della cattolicità, si fa sempre più evidente l’esistenza di due Chiese e che la chiesa antagonista sta oscurando quella cattolica. Senza entrare ora nel dettaglio delle celebrazioni del CVII, che vedremo più avanti, per rendersene conto basta pensare a che cosa hanno prodotto la morte e l’immediata beatificazione del cardinale Martini, oppure al clamore mediatico sulle iniziative del cardinale Ravasi che hanno trovato eguale enfasi sulla stampa laica e su quella cattolica. Ciò mostra come e quanto la chiesa antagonista abbia toccato nel profondo la vita della Chiesa cattolica diffondendo l’infezione di quel “mal d’essere”, quella “melancholia”, che rende passivi tanti suoi membri davanti al decadere della liturgia e della dottrina.

Detto questo, va ribadito che la Chiesa è e rimane quella di Roma: ma va curata. Questo non esime, anzi sprona il cattolico dalla doverosa comprensione della gravità e della profondità della crisi. Ed è proprio qui che si incontra il CVII. Se si vuole trovare il momento in cui la malattia, dalla fase di incubazione passa a quella conclamata, la si trova nell’istante in cui la Chiesa si autodefinisce “pastorale” rinunciando di fatto a essere “dogmatica”. Ma una Chiesa che non sia “dogmatica” di fatto finisce per non esserlo neanche di principio. Tutto questo si manifesta anche nel linguaggio, che si è fatto sempre più impreciso, sganciato dalla realtà, onirico, rinunciatario davanti alla vita e al mondo e quindi “melancholico”. L’esatto contrario di quello “dogmatico”, preciso e tagliente, dunque vitale e, sembra strano dirlo al giorno d’oggi, felice.

Chiameremo il quadro storico e culturale di riferimento di questa analisi “tardo-moderno”. Questa definizione, più e meglio di “post-moderno”, permette di comprendere il momento attuale come frutto estremo della modernità. Tale quadro ha influenzato anche la Chiesa, prima in singoli settori e correnti di pensiero e di azione ecclesiale, poi, a cominciare dal CVII, anche sul piano istituzionale e formale. Questo fenomeno, assolutamente inedito, è stato possibile perché la Chiesa ha assunto come propri gli strumenti del comunicare tipici della modernità.

Per rendersi conto della profonda intimità del CVII con i mezzi di comunicazione moderni e il loro linguaggio, vale a dire la loro essenza, bisogna partire dalla celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio: un unicum nella storia della Chiesa.

Non risulta che si sia celebrato, tanto meno con questa modalità e questa finalità, il cinquantesimo dell’apertura di Efeso, di Nicea, di Costantinopoli, di Trento, del Vaticano I…

Il motivo è molto semplice: quei Concili, in quanto emanavano esplicitamente dottrina e quindi impiegavano un “linguaggio dogmatico” e “vitale”, non chiedevano di essere celebrati, ma di essere applicati. Invece, il CVII, in quanto ha emanato modalità di rapporto con il mondo attraverso un “linguaggio pastorale” e “melancholico”, chiede soltanto di essere propagandato e celebrato, come un qualsiasi avvenimento politico o sociale.

Mentre nei Concili precedenti e nel magistero che ne è disceso l’applicazione coincideva e si misurava con l’effettivo cambiamento in meglio nella vita dei cattolici, nel CVII e nel magistero che ne è seguito, l’applicazione coincide con la sua diffusione e il consenso tra cattolici e non cattolici ai quali non è dato un motivo per cambiare. Non si innesca più un movimento verso l’alto, ma si punta a una diffusione orizzontale. Come per un fenomeno politico o sociale, non si chiede più la conversione ma l’adesione, non si chiede più la consapevolezza ma l’entusiasmo. Da qui discendono le grandi manifestazioni imposte per via burocratica in cui si chiedono manifestazioni entusiastiche proprio a coloro a cui si sono tolti i motivi di entusiasmo e gli strumenti per manifestarlo. Non esiste spettacolo più penoso di un uomo triste che vuole sembrare allegro.

Si pensava di dar vita a una Chiesa giovane e, invece, se ne è prodotta una vecchia. Esempio della gente in San Pietro l’11 ottobre sera a vedere sul megaschermo il discorso di Giovanni XXIII.

Per approfondire questa analisi, non ci si può nascondere che gli avvenimenti politici che vengono celebrati nel loro anniversario, solitamente, sono le rivoluzioni, le prese del potere, i colpi di stato: insomma, eventi che hanno sovvertito l’ordine che li precedeva. In questi casi, anche i cosiddetti simposi di approfondimento, non contemplano voci difformi e, di fatto, sotto spoglie scientifiche, non sono che megafoni della propaganda.

Il linguaggio parlato e visivo che si sta riversando sull’Orbe cattolico a celebrare il CVII è perfettamente sovrapponibile a quello utilizzato dai regimi politici del Novecento: dalle adunate oceaniche al dettaglio che travalica il semplice dato religioso entrando in una vera e propria visione totalitaria.

Esempio padre Bartolomeo Sorge in un’intervista di Renzo Allegri lanciata dall’agenzia Zenit: “In mezzo a questa rivoluzione, tremenda, la Chiesa e i cristiani hanno lottato e lottano. Molti sono stati sconfitti, ma molti hanno fortificato la loro testimonianza. Chi oggi frequenta la Chiesa, lo fa per sua profonda convinzione completamente libera. Le associazioni del volontariato, che coinvolgono soprattutto i giovani, sono un meraviglioso fenomeno di altruismo spontaneo. Le condizioni di lavoro degli operai (di quelli che il posto ce l’hanno, ovviamente!) sono migliorate. La consapevolezza della dignità della persona umana è più diffusa di un tempo. Nonostante tutte le apparenze, sono molte le famiglie nel mondo che vivono la fede cristiana con impegno serio. E tutto questo è dovuto in gran parte al Concilio Vaticano II”.

Come i fenomeni politici del Novecento, anche quello postconciliare si manifesta attraverso due aspetti: la propaganda e la burocrazia, anche queste due forme del comunicare tipicamente moderne. È il destino di tutti gli organismi che nascono dalla rivoluzione: dopo la spinta propulsiva, mantengono se stessi attraverso l’azione conservativa tipica dell’apparato burocratico a cui vengono iniettate periodiche dosi di entusiasmo tramite cartolina di precetto con le adunate di massa in cui si celebra la nascita di una nuova era.

Dopo aver rigettato la categoria di “evento” grazie alla quale il progressismo della scuola di Bologna ha imposto la propria linea nella Chiesa postconciliare, la si canonizza di fatto e di principio attraverso la celebrazione: è evidente che attraverso la tecnica della comunicazione non si può celebrare altro che un “evento”.

Con il CVII, la Chiesa è entrata nella fase “pop”.

La contiguità, la contaminazione si dice oggi, con l’anima “pop” è la prima idea che un esperto di comunicazione ricava dalla lettura dei testi del CVII. Più che a una raccolta di documenti e di atti della Chiesa scritti per essere compresi in ogni epoca, per la natura sostanzialmente descrittiva ed empatica rispetto al mondo che viene raccontato, l’impressione è quella di avere tra le mani un magazine, una raccolta di quotidiani o il testo redazionale di un telegiornale tipici del periodo in cui sono stati prodotti, gli Anni 60, e quindi sostanzialmente estranei a qualsiasi altro tempo: incapaci di recepire il passato e incapaci di parlare al futuro. Questa è l’essenza del “pop”, un fenomeno artificiosamente “popolare” che si svolge nel suo presente ignorando ogni legame, ogni eredità e ogni progetto.

Tutto ciò si adatta perfettamente alla natura pastorale di un Concilio che si è dato da se stesso la consegna di non giudicare. Ma se ci si priva del giudizio, e quindi di un punto di vista, diventa impossibile raccontare, anche solo fare la cronaca. Senza un punto di vista, non si può scrivere neanche una riga sul fatto più banale. L’unica via d’uscita è dunque l’empatia attraverso la quale il narratore si fa acriticamente tutt’uno con il narrato e con la narrazione. È ciò che avviene nei testi conciliari nei confronti del mondo moderno. Cfr. Descrizione del tipo di linguaggio Che cosa è successo nel Vaticano II,

Ma è chiaro che farsi acriticamente tutt’uno con la modernità significa rilanciarne le contraddizioni, la sostanziale incapacità di afferrare il reale nella sua essenza e, in definitiva, alla melancholia. Si ritorna alla deriva kantiana già spiegata.

La sublimazione del “pop”, che è una vera e propria estensione del linguaggio, dalla forma scritta a quella figurativa e musicale, è la tecnica pubblicitaria. Abile nello sfruttare le caratteristiche del linguaggio mitologico alieno al principio di non contraddizione, questa tecnica è in grado come poche altre di generare fugaci momenti di entusiasmo per sogni che non potranno mai essere realizzati, pena la caduta di interesse per il prodotto da veicolare nell’immaginario. Ma tutto questo fluttuare perenne al cospetto di un oggetto irraggioungibile, pur punteggiato da attimi di esaltazione, riconduce al cuore della “melancolhia”.

Il linguaggio del CVII è un caso di scuola nell’applicazione, consapevole o no, di questa struttura linguistica. Cfr. Descrizione del tipo di linguaggio Bella Addormentata

Tanto che il Concilio può essere analizzato anche alla luce del concetto di Brand, la vera essenza del messaggio pubblicitario.

Il Brand è

– Identità che si costruisce nel tempo attraverso un sistema di coerenze che esulano dal campo della logica.

– Non è il logo, non è il marchio, non è il nome, non è il packagin… Ma è l’anima del prodotto.

– Risiede nella mente dei clienti, è l’idea che il pubblico ha del prodotto o dell’azienda nel complesso.

– È specchio della reputazione dell’azienda che produce il prodotto e, allo stesso tempo, del cliente che lo esibisce come status.

Definizione di Walter Landor, pioniere del branding: “Il Brand è una promessa. Attraverso l’identificazione ed autenticando un pordotto/servizio, il Brand dichiara al mercato un impegno di soddisfazione e qualità”.

Definizione di Colin Bates: “Il Brand è un insieme di percezioni nella mente dei clienti”.

Esempio promessa: nuova Pentecoste

Esempio coerenze che esulano dalla logica: Contraddizioni all’interno dei documenti e continui rimandi dell’uno all’altro SC, UR, LG+Nota previa, GS

Esempio percezione nella mente dei clienti: ognuno ha un “suo” CVII

Esempio identità costruita nel tempo: nulla esiste al di fuori del CVII

Questa operazione è iniziata adottando termini e concetti del linguaggio della rivoluzione finendo per rivoluzionare il linguaggio.

Esempi di concetti riconducibili al linguaggio della rivoluzione:

“popolo di Dio” in LG, che non è certo una novità assoluta nella storia della Chiesa, ma va assumendo presto connotazioni rivoluzionarie contrapponendosi a quello di Corpo mistico e di società perfetta (cfr. Bella Addormentata);

“magistero vivo” che interpreta la parola scritta o trasmessa in DV.

Il concetto di “popolo di Dio”, come quello di “magistero vivo”, è un concetto dinamico e aperto che necessita di un contenitore a sua volta aperto e dinamico. Un’esigenza che si può soddisfare solo rivoluzionando i termini e le gerarchie del discorso.

Ecco così che Lumen Gentium rimanda a Unitatis redintegratio: giusti acattolici (i protestanti in buona fede) sono membri della Chiesa? Non si sa con certezza (cfr. LG 15 e il rimando a UR 3); i testi non sono molto chiari su questo punto. Una costituzione “dogmatica” come LG rimanda dunque a un testo di inferiore importanza come un decreto dichiarando di essere un contenitore aperto e di fatto da completare.

Lo stesso fenomeno lo si trova descritto da Benedetto XVI nella prefazione ai suoi scritti conciliari: “Tra i francesi si mise sempre più in primo piano il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, ovvero il lavoro sul cosiddetto ‘Schema XIII’, dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Qui veniva toccato il punto della vera aspettativa del concilio. La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga ‘mondo di oggi’ vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello ‘Schema XIII’. Sebbene la Costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del ‘mondo’ e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale.

Inaspettatamente, l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella grande Costituzione pastorale, bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo poco a poco con la ricezione del concilio. Si tratta anzitutto della Dichiarazione sulla libertà religiosa (…). Il secondo documento che si sarebbe poi rivelato importante per l’incontro della Chiesa con l’età moderna è nato quasi per caso ed è cresciuto in vari strati. Mi riferisco alla dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”.

Si pensi anche all’esautorazione del principio di non contraddizione.

Esempio Sacrosanctum Concilium: affermazioni prettamente tradizionali sulla liturgia si alternano ad altre che le smentiscono.

Esempio Dei Verbum: c’è una tradizione costitutiva della fede della Chiesa? Non si sa perché il Concilio lascia la questione aperta: si può rispondere di sì o di no (cf. DV 8 e 9).

Ne esce un insieme di termini, concetti, proposizioni, documenti che non sono in grado di reggersi da soli, hanno continuo bisogno di un rimando ad altro che li spieghi. Sono testi aperti hanno bisogno di un’ermeneutica.

L’ermeneuticità è la causa formale dei testi del CVII, che senza interpretazione non esistono, e di conseguenza è la causa formale della vita stessa della Chiesa postconciliare.

Stabilito questo, il concetto e l’enunciazione dell’“ermeneutica della riforma nella continuità”, formalmente non rappresentano un rigetto delle cause della crisi, anzi ne sono la certificazione. Invece che sancire la fine della crisi, ne formalizzano l’esistenza. Poiché l’ermeneutica non è un criterio veritativo, ma interpretativo e quindi non può impegnare l’autorità che imponga una interpretazione al posto di un’altra, ma presuppone solo un interprete che si pone sullo stesso piano degli altri. Enunciare un qualsiasi genere di ermeneutica significa evocarne potenzialmente un numero infinito di altre. Cfr. cardinale Siri in Getsemani.

Senza entrare nell’ambito dottrinale, con il concetto di “ermeneutica della riforma nella continuità”, sul piano del linguaggio, si sta dicendo che i documenti del CVII, essendo testi aperti, non hanno forza propria. Quindi non possono sostenere neppure un’interpretazione autentica che escluda tutte le altre: operazione che d’altra parte dovrebbe essere inutile quando si ha a che fare con una fonte dottrinale poiché in dottrina si hanno solo due possibilità: la verità e l’errore, che non ammettono interpretazioni.

La cosiddetta interpretazione autentica risulta qui inoperante per sua stessa natura. Lo dimostra l’assurdo statuto di “Nota praevia” conferito al testo che postilla Lumen Gentium nel timido tentativo di arginare la deriva antiromana nella Costituzione sulla Chiesa cattolica. Se il testo si presentava come problematico ancora prima della sua promulgazione, sarebbe stato più corretto e più semplice rettificarlo prima pubblicarlo. Invece, in ossequio allo stile “melancholico” del linguaggio conciliare, se ne è fornita una precisazione che ha un valore minore rispetto al documento vero e proprio: si è prodotto un testo con annessa ermeneutica. Producendo formalmente un documento aperto, si è di fatto dichiarato interpretabile qualsiasi atto.

L’anarchia dottrinale, liturgica e morale comincia oggettivamente qui e qui nasce la formale impossibilità di mettervi rimedio poiché l’autorità si è privata da se stessa non solo possibilità di intervenire ma anche lo strumento per dire questa possibilità.

Lo stessa problematica vale per la successiva dichiarazione Dominus Iesus circa l’universalità e l’unicità salvifica di Cristo e della Chiesa. Nata dall’esigenza di chiarire il problema del “subsistit” di Lumen Gentium, non lo risolve soddisfacentemente sul piano dottrinale poiché non fa chiarezza su quello linguistico.

Dunque, anche ipotizzando il tentativo di imporre una “interpretazione autentica”, se ne vede subito l’impossibilità. L’interpretazione autentica è l’interpretazione della legge effettuata dal medesimo organo che ha posto in essere l’atto normativo. È dunque il soggetto che pone l’atto colui che, fra le possibili interpretazioni di una o più disposizioni, indica quale sia da considerare espressione della voluntas legislatoris. Ma è proprio questo il punto: il linguaggio impiegato nei testi conciliari mostra che non vi è una chiara voluntas, se non quella di non essere chiari. Dunque, anche l’autorità suprema, che ha emanato quegli stessi documenti, è costretta a scendere sul piano dell’ermeneutica, che come si è detto non è un criterio veritativo, nell’ennesima prova di quella che Romano Amerio chiamava desistenza.

“Il testo dottrinale del Concilio sulla Chiesa non è un trattato teologico, né una presentazione completa sulla Chiesa, ma un cartello indicatore” dice nel 2012 Joseph Ratzinger in Mon Concile Vatican II. Enjeux et perspective, Artège Spiritualité).

È importante sottolineare è che questo porsi sul piano dell’ermeneutica, formalmente nocivo alla dottrina e alla sua trasmissione, non viene imputato alla filosofia e o alla teologia di una corrente, di un settore della Chiesa o di un Papa, ma al fattore linguistico, ben più cogente poiché è strutturale.

Siccome continua, e continuerà, a essere vero l’assunto di Marshall McLuhan secondo cui “il mezzo è il messaggio”, l’aspetto più inquietante di quanto sta accadendo nella Chiesa dal CVII in poi sta nel fatto che, il vero messaggio dell’evento conciliare non è la sua dottrina, ma il mezzo attraverso cui questa è stata trasmessa: il linguaggio conciliare. E il linguaggio non è solo un contenuto, una dottrina, ma un metodo. Anzi è metodo che si fa esso stesso contenuto e dottrina. Dunque, ci troviamo davanti a qualche cosa di più mutevole e inafferrabile di un semplice errore dottrinale o di un semplice sistema si errori.

A causa della fallimentare adozione del linguaggio pastorale, gli errori possono essere replicati all’infinito e trovare forme nuove e continuamente cangianti. Il rischio di chi si oppone a tale deriva è quello di combattere battaglie di retroguardia contro i fantasmi degli errori che sono già stati lasciati sul campo dal linguaggio che li aveva prodotti. Non è un caso se persino coloro che si attardano nelle celebrazioni del CVII sembrano così vecchi.

Chi sta sul fronte opposto non deve cadere nella stessa trappola. Naturalmente il lavoro deve essere articolato, richiede un’analisi meticolosa del testo conciliare, ma questo, oggi, non è più sufficiente. Bisogna misurasi con lo sviluppo attuale dei problemi sorti cinquant’anni fa dentro alla lettera conciliare e bisogna persino prevederne lo sviluppo futuro.

Se non si decostruisce il linguaggio conciliare, si rischia di porre riparo ai guasti del CVII quando, di fatto, sono già in atto un Vaticano III, un Vaticano IV, un Vaticano V… che non hanno bisogno di essere formalmente convocati in quanto la loro modalità di esistere non è più quella classica e istituzionale cui è dovuto sottostare il CVII, ma possono essere celebrati direttamente sui mezzi di comunicazione.

Questa non cyber-teologia, ma la realtà in cui siamo immersi. Bisogna far circolare con sempre più insistenza una lingua restaurata che soppianti la neolingua conciliare. Bisogna parlare cattolico come se fosse lingua comune lasciando al neomodernismo imperante l’onere della prova. Ci sono un linguaggio, un metodo, un sistema di principi che può farlo e tutto questo si chiama Tradizione. A patto che la si vada a risvegliare ovunque ve ne sia un piccolo frammento anche nascosto tra i detriti più sporchi, perché là fuori c’è chi aspetta anche solo tenendone in mano un piccolo pezzo, e forse senza neppure saperlo.

Come dice Sam a Frodo nel Signore degli Anelli, quando il padrone sembra scoraggiato: “C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo”.

Intervento di Cristina Siccardi

È per me un onore essere qui presente per parlare di un libro di grande coraggio, Questo Papa piace troppo edito da Piemme e scritto da Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi con il contributo di Giuliano Ferrara. Siamo abituati a dire «Gnocchi-Palmaro», ma questa sera citiamo prima Mario Palmaro che ci ha preceduti nel gran passo, ben sapendo che è qui presente fra noi.

Dunque sono stati due laici ad occuparsi di Papa Francesco sul laico quotidiano “il Foglio” di un laico Direttore, Giuliano Ferrara che, come lui stesso afferma, non ha Fede, eppure, avendo grande intelligenza ragiona su un mondo occidentale che ha perso la sua connotazione cristiana, preoccupandosene, ed è per questo motivo che non ha avuto difficoltà ad ospitare sul suo quotidiano gli articoli di due intellettuali che si pongono interrogativi seri e ad essi hanno dato risposte altrettanto serie.

Poco fa Don Marino Neri ha spiegato il significo dei simboli nella Chiesa e in particolare dei simboli del Papa. Ebbene, guardiamo questo settimanale “cattolico” che ho portato qui questa sera: “il nostro tempo”, fondato da Monsignor Carlo Chiavazza nel 1946, uno straordinario cappellano militare che fece la campagna di Russia e la ritirata sul Don… Oggi questo settimanale è diretto da Beppe Del Colle, un nostalgico democristiano che è stato vicedirettore di «Famiglia Cristiana». In prima pagina è riportata la fotografia di Papa Francesco mano nella mano a don Luigi Ciotti, presidente della fondazione «Libera». L’editoriale di Mariapia Bonanate, che porta il titolo «La Chiesa del coraggio», inizia con queste parole: «Ci sono immagini che parlano più delle parole». Ecco, allora, il risultato ottenuto: l’immagine riconduce ad un concetto: la Chiesa è coraggiosa perché è dalla parte dell’antimafia. Ma è questo il ruolo della Chiesa. È questo il ruolo del Papa? Perché Francesco non dà la mano a Padre Stefano Maria Manelli? Fondatore dei perseguitati Francescani dell’Immacolata e che vive una vita di contemplazione, di santificazione e di oblazione per le anime e la offre, invece, ad un prete che non porta l’abito sacerdotale e si occupa di sociale, di politica, di ideologia e di denaro? Da anni conosco questo prete di Torino che di religioso ha ben poco: la sua religione è «la strada», come dice lui stesso, non il Cielo.

Eppure Papa Francesco il 21 marzo scorso, sotto i riflettori del mondo, lo ha abbracciato e si è avviato stretto a lui alla chiesa di San Gregorio VII per incontrare i familiari delle vittime della mafia.

«Pensavamo di incontrare un padre, abbiamo trovato un fratello, fratello Francesco» ha detto don Luigi Ciotti. Ciotti pensava di incontrare non un Papa, ma un padre, ma neppure questo si è verificato; ha incontrato un fratello, quindi, un uomo qualunque per un mondo che vuole essere assolto e giustificato nei suoi peccati, e nei suoi «vizietti», come afferma Ferrara. Peccati non solo veniali, ma anche capitali e mortali. E il Papa “qualunque” illude questo mondo, che si fonda sulle illusioni.

Francesco, rivolgendosi ai mafiosi, ha affermato: «Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male! Convertitevi per non finire all’inferno, è quello che vi aspetta se continuate su questa strada». È vero, Papa Francesco, nei suoi discorsi, parla di diavolo e di Inferno, ma ciò non disturba i media (come, invece, furono disturbati nel 1972 quando Paolo VI ne parlò con angoscia, annunciando che Satana era entrato nella Chiesa) e non disturba neppure facebook o twitter… perché l’individuazione del «male» non è quello presentato nelle Sacre Scritture e nella Chiesa di sempre, ma quello così definito dal mondo: il mafioso è «male» (frutto del demonio) perché il mondo dice che è «male», non lo dicesse ne sarebbe esente; mentre con la donna divorziata che convive o quella che ha abortito occorre essere indulgenti e non soltanto in fatto di castigo eterno, ma anche elargendo sacramenti con misericordia.

Scrive San Pietro nella sua prima Lettera:

«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, e testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» (I Pt 5, 1-4). Questo passo può essere collegato con quello di San Paolo, il quale, nella prima Lettera ai Corinzi, scrive:

«Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la Gloria di Dio», dunque non per la gloria del mondo, tale da soddisfare il mondo. «Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio» (1 Cor 10, 31-33), quindi la Chiesa del Dio cattolico. Eppure Papa Francesco ha dichiarato ad Eugenio Scalfari, nell’intervista a lui rilasciata lo scorso anno che, oltre alla necessità della Chiesa di aprirsi alla cultura moderna e di non convertire al Vangelo («Il proselitismo è una solenne sciocchezza. Bisogna conoscersi e ascoltarsi»): «Io credo in Dio. Non un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». E la Trinità?

Il Dio definito dalla Chiesa cattolica è il Dio della Trinità, il Papa gesuita e non sprovveduto, che spesso parla pubblicamente come stesse di fronte ad un’assemblea di scolaretti, non sa questo? Il Dio Uno e Trino è presente soltanto ed esclusivamente nel Cattolicesimo, non nell’Islam, non nella religione ebraica e neppure nella “religione massonica”, quella che ha preso e scopiazzato tanti simboli della Chiesa, facendone il pappagallo e scimmiottandola. Tuttavia in essa non si parla del Dio Uno e Trino, ma di un grande Architetto.

Conclude San Paolo nella sua lettera citata, che l’obiettivo finale della «Chiesa di Dio» è quello che tutti e ciascuno giungano alla Salvezza. Ma la Salvezza si raggiunge soltanto attraverso la Croce. La nostra Fede sarebbe vana, afferma ancora San Paolo, se Cristo non fosse risorto, perché altrimenti non avrebbe dimostrato il suo essere Figlio di Dio. Ma la sua Resurrezione e la nostra resurrezione è avvenuta e potrà avvenire soltanto attraverso la Sua Croce e le nostre croci, senza la quale e senza le quali la salvezza sarebbe negata.

La responsabilità petrina (di difesa della Fede e della Chiesa), sulla quale è fondata la Chiesa di Cristo, è pertanto immensa. Non abbiamo bisogno di un Papa che prende in braccio un bimbo vestito da papa e che grida; non abbiamo bisogno di vedere un Papa al quale lanciano corone del rosario che gli si appendono all’orecchio; non abbiamo bisogno di un Papa che telefona a destra e a sinistra… tutto questo e molto altro ancora ricorda lo scenario di un circo equestre. Le anime, anche quelle che vogliono e pretendono di essere assolte e giustificate nei loro peccati mortali, hanno bisogno di un Papa che assuma il suo ruolo e la sua funzione di Vicario di Cristo. I figli possono far presente al proprio padre che cosa da lui si aspettano, così come i fedeli ai quali veramente sta a cuore la Fede e la vita della Chiesa, possono far presente al loro Pastore di pascere agnelli e pecorelle come Cristo chiese a San Pietro e come San Pietro attuò.

OMELIA DI DON MARINO NERI ALLA S. MESSA IN SUFFRAGIO DI MARIO PALMARO

Tuis enim fidelibus, Domine, vita mutatur, non tollitur. «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita è trasformata, non tolta». Queste sono le parole che la Chiesa, dal V secolo, pone sulle labbra dei sacerdoti nel prefazio della S. Messa esequiale, quando si raccomanda un’anima alla Clemenza divina. Esse esprimono il dato di Fede della vita eterna che consola i cuori dei fedeli, specie nei sacrifici e nelle sofferenze: quanto si soffre e si offre, in varie circostanze, nel corso della nostra storia, in piena obbedienza alla Volontà di Dio, trova il suo senso ultimo nell’Eternità, in quel “luogo di refrigerio, di luce e di pace” per cui ogni giorno la Liturgia prega in suffragio dei fedeli defunti. In quell’abitazione eterna nei Cieli, il Paradiso, la Misericordia Divina introdurrà le anime che nella vita terrena avranno vissuto secondo la vera Fede, una, santa, cattolica, apostolica, la sola per la quale valga la pena di vivere, di combattere e di morire, perché è divina e sempre concede quello che promette. Quella Fede che, ricevuta nel Battesimo e accresciuta coll’umile ascolto della Dottrina, è fecondata dalla Grazia e sempre più si fortifica, elevando l’intelletto e l’anima alla percezione delle realtà invisibili che la sola ragione non potrebbe contemplare. «Ma perché la Fede faccia nel cristiano questa operazione che le è propria – scriveva dom Emmanuel Marie Andrè nel XIX secolo – bisogna che sia pura, che sia intera». Una Fede annacquata o falsificata da elementi eterodossi non eleva, non infervora, non premia, bensì avvilisce, danneggia, corrompe.
«Non è cosa di poco conto avere, anche nella Chiesa Cattolica, una Fede integra, e quindi credere assolutamente, non di una creatura, ma di Dio stesso, nient’altro che la verità», afferma sant’Agostino nel De Baptismo (3, 14, 19) contro i Donatisti. Queste parole del santo dottore d’Ippona ci conducono a meditare quanto la Fede sia un bene sommo, da custodire, approfondire e difendere al fine di integram habere fidem e condurre una vita a essa conforme. Non è sufficiente aver ricevuto il Battesimo, per avere una Fede integra, ma essa va sempre meglio conosciuta e quindi tutelata. Infatti la Fede, essendo consegnata da Dio agli uomini a loro Salvezza, è calata nella storia. E nel mondo, si aggira anche l’errore, disseminato dal demonio che vuole contaminare la purezza della Fede, e dannare le anime. Il mezzo che consente senza dubbio di mantenere integra la Fede è l’accoglienza umile e devota della Santa Tradizione della Chiesa, che non può ingannarsi, in quanto sigillata e garantita dallo Spirito Santo: ciò che a questa Tradizione è conforme va assunto, a ogni costo; ciò che da essa si allontana come novitas va additato, senza alcun rispetto umano.

Veritatem autem facientes in caritate, crescamus in illo per omnia qui est caput Christus. «Operando secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo». Così ammonisce l’apostolo san Paolo la comunità di Efeso. Questo ha tenuto ben presente come stella polare del proprio agire intellettuale e morale Mario Palmaro, che oggi presentiamo davanti al trono dell’Altissimo. In lui hanno trovato realmente fecondo connubio la Fede cattolica e la finezza dell’intellettuale. Ma se di quest’ultima, messa umilmente al servizio della Fede, altri e in altre sedi parleranno, noi ora vogliamo guardare al Palmaro cattolico… un cattolico integrale, senza tiepidezze né tentennamenti! Egli, ben lo sappiamo, non ha lesinato preghiere e sacrifici fino agli ultimi giorni della sua esistenza terrena al fine di tutelare e annunziare integra in tutto il suo deposito dottrinale la Fede cattolica, anche a costo dell’incomprensione se non addirittura del giudizio da parte di alcuni. A quella Fede ha aderito con l’intelletto mosso dalla volontà e dalla Grazia; per quella Fede ha immolato tempo e forze; quella Fede egli ha valorosamente difeso, quale bonus miles Christi, in tutta la sua purezza per amore a Cristo, alla Chiesa Cattolica e al Papa; quella Fede lo ha sostenuto e consolato lungo il Calvario della malattia; quella Fede ha annunciato in modo sublime alla sua amata famiglia (la sposa Annamaria e i quattro figli) e agli amici, specie dalla cattedra di dolore che sempre più lo ha conformato a Cristo Crocifisso. Un Fede che a Mario ha fatto dire: «Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza». Certamente nessuno può presumere della propria salvezza. Tuttavia, ci insegna a più riprese ancora sant’Agostino, la perseveranza finale è segno sicuro di predestinazione. L’attesa di “sora nostra morte corporale” non ha sfiancato la tempra spirituale di questo soldato di Cristo, ma l’ha sempre più affinata, attraverso una preparazione degna per la battaglia più dura: quella della sofferenza e del trapasso. I Sacramenti ricevuti con devozione, la preghiera incessante, i nomi di Gesù e di Maria nel cuore sono il suggello con cui oggi la Chiesa presenta all’Eterno Padre l’anima fedele di Mario Palmaro: possa Iddio raccogliere e premiare ogni sua opera buona, ogni sua fatica, ogni sua lacrima, nonché perdonare qualsivoglia residuo di colpa.

Caro Mario, nel congedarci da te, sostenuti dalla medesima Fede cattolica, osiamo altresì sperare che la tua anima, già purificata dall’esigente Grazia della malattia, sarà gradita al Buon Dio come un olocausto e le varrà la beata pace del Paradiso, riservata ai “sevi buoni e fedeli”. E noi tutti, ancora pellegrini verso la Patria celeste, sostenuti da tanto esempio, continuiamo il buon combattimento della Fede e preghiamo con le parole del b. card. Newman: «O Mio Dio, porrò me stesso nelle tua mani senza riserve. Ricchezza o affanno, gioia o dolore, amici o abbandono, onore o umiliazione, buona o cattiva reputazione, agiatezza o disagio, la tua presenza o il nascondersi del tuo volto: tutto è bene se viene da te. […] Cosa possiedo in cielo e cosa voglio sulla terra oltre a Te? La mia carne e il mio cuore vengono meno: invece Dio è il Dio del mio cuore, e la mia parte di eredità per sempre». Amen

© RISCOSSA CRISTIANA

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