Il gaudio della resa, ovvero quando i pastori giocano con i lupi

di Nicodemo Grabber (14/12/2013)

 

Papa Francesco, nella sua celebre intervista alla Civiltà Cattolica, ha dipinto “la Chiesa come un ospedale da campo dopo la battaglia”. Lo ha fatto per invitare i Pastori a “curare le ferite” dei fedeli, lo ha fatto con espressioni accorate: “Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite …”.

cq5dam.web.800.800 (2)Tutti i media hanno sottolineato la volontà papale di deprecare quella che Francesco sembra giudicare una eccessiva attenzione ai precetti morali: “È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti!”. Molto probabilmente questa era l’intenzione soggettiva di papa Francesco nello svolgere l’immagine dell’ospedale da campo ma le parole fissate sulla carta dicono, nella loro oggettività, molto di più. Un di più tragico che interpella ogni cattolico!

Se la Chiesa può essere vista come “ospedale da campo dopo una battaglia”, ciò significa almeno una cosa certa, che siamo in guerra! E che la battaglia coinvolge i cattolici ferendoli gravemente (il fedele a cui la Chiesa deve prestare soccorso è visto come “ferito grave”).

La Chiesa da sempre è stata anche “ospedale” avendo i Pastori, tra i propri uffici, quello di curare le ferite spirituali dei fedeli. Perché allora Bergoglio dice che “oggi” la Chiesa deve essere “ospedale da campo”? Cosa rende così diverso l’oggi? Non la cura dei feriti, che ci fu sempre, ma il non pensare più la Chiesa come città santa fortificata in cui si dia anche l’ospedale, assieme al cattedra, dove si insegna la Dottrina, il Tempio, dove si rende culto a Dio, e le case sicure dove si distende ordinata la vita cristiana. E’ il pensare la Chiesa principalmente, se non esclusivamente, come ospedale, per di più “da campo dopo una battaglia” il proprio di “oggi”. Fuor di metafora, si dice una Chiesa tutta “cura” senza più difesa dell’ortodossia, insegnamento della Verità, centralità del Culto Divino, ortoprassi morale ordinaria. È ancora il Popolo di Dio una realtà così concepita? Un simile “ospedale da campo” sarebbe fedele alla volontà positiva di Cristo fondatore e Capo della Chiesa?

Anche prescindendo da così gravi interrogativi, ci si domanda: è possibile curare veramente lo spirito ferito d’una persona mettendo tra parentesi la Verità, le virtù e il Culto a Dio? Che cura sarà? Forse, piuttosto, non sarebbe proprio una ritrovata fedeltà alla Verità tutta intera creduta vissuta e pregata la migliore, anzi l’unica medicina?

Ma restiamo alla espressione usata da papa Francesco: se c’è guerra ci devono essere almeno due forze in campo nemiche e irriducibili. Nelle parole di papa Bergoglio non è, però, dato individuarle, tanto più che la Chiesa è presentata come “ospedale da campo”, quasi a indicarne il ruolo non belligerante. Allo stesso tempo, però, si parla di “fedeli” cui si devono “curare le ferite” perché feriti gravemente dalla battaglia che imperversa. Ma i fedeli sono Chiesa e quando vengono feriti è la Chiesa ad essere ferita. Dunque la Chiesa sarebbe contemporaneamente “ferito” e medico. Anche combattente? Sembrerebbe di no essendo i feriti, di cui parla Bergoglio, non i cristiani militanti aggrediti dal mondo, piuttosto quanti dal secolo si sono lasciati circuire vivendone le logiche devastanti sul piano individuale, familiare e sociale.

Proseguendo nella lettura dell’intervista si potrebbe ipotizzare che papa Francesco intenda i Pastori come medici dei fedeli feriti. I fedeli sarebbero le vittime della battaglia mentre i Pastori sarebbero chiamati ad essere medici di quelle gravi ferite.

Resta irrisolto il quesito circa l’identità dei combattenti e la natura della battaglia. Il che non è irrilevante.

La Scrittura e la Tradizione parlano della guerra tra Chiesa e mondo, vita di grazia e mortifero peccato, figli di Dio e figli del diavolo (principe di questo mondo), Luce e tenebre. Quel mondo di tenebre che non accolse il Verbo Incarnato rifiuta e combatte anche i rinati in Cristo, combatte la Chiesa e ne odia i figli. Ma…

Se la “battaglia” di cui parla papa Francesco è la battaglia di sempre tra Chiesa e mondo, perché solo “oggi” e non ieri “la capacità di curare le ferite” diviene “la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno”? E poi perché l’ospedale da campo sarebbe una immagine della Chiesa di “oggi” e non della Chiesa di sempre?

Forse perché la battaglia che si combatte oggi è d’una violenza inedita? Probabile ma non sufficiente a spiegare l’immagine.

E poi, perché la Chiesa, i fedeli non sono pensati militanti, combattenti? Se il fedele d’oggi è preso in considerazione in quanto “ferito grave” e non già in quanto miles Christi impegnato nella buona battaglia vuol dire che il mondo ferisce sempre di più mentre la Chiesa ha smesso di combattere!

La Chiesa, poi, è pensata come “ospedale da campo” e non, invece, come ovile sicuro capace di proteggere le proprie pecore, come fortezza inespugnabile dove vivono sicuri i suoi figli; un pensiero, allora, è inevitabile: la battaglia è data per persa, anzi non la si combatte neppure più! Non c’è più ovile, non c’è più la certezza di chi sia pecora e chi sia lupo, il lupo si è travestito da pecora ottenendo cittadinanza nel gregge e quelle pecore coraggiose che non si lasciano ingannare dai lupi sono spesso accusate di essere loro lupi.

Domina uno spirito di resa dove il massimo che la Chiesa può fare è curare i feriti, non certo impedire che i propri figli vengano feriti gravemente. Tanto più che la Chiesa sarebbe “un ospedale da campo dopo una battaglia” a dire che la battaglia c’è stata ed è stata persa, ciò che resta sono i feriti.

Questo è il quadro completo che apertis verbis papa Francesco tace ma le cui parole implicano. Un Popolo di Dio sconfitto che neppure combatte, che ha scelto la resa, ferito gravemente, un gregge malconcio e sbandato. Pastori incapaci di assicurare la pace dell’ovile e la protezione dai lupi, chiamati, ormai, solo a medicare le ferite che martoriano le povere pecore, a suturare le lacerazioni inferte agli agnelli dai morsi delle fiere o dagli spini dei rovi dove i più inquieti tra loro si sono avventurati senza guida, senza pastore.

Dietro l’euforia ottimistica che sembra dominare la comunicazione di papa Francesco si intravvede uno scenario di macerie e feriti, di guerra persa e dolore.

Sorge spontanea una domanda: perché la Chiesa non è più ovile sicuro? Perché i fedeli sono “feriti gravi”? Chi ha divelto la palizzata, chi ha abbattuto i bastioni di difesa? Chi ha permesso che lupi e rovi ferissero il gregge?

Si dirà: i tempi sono questi, tempi di secolarizzazione e di rivoluzione culturale, non era/è più possibile tenere il gregge al sicuro, i bastioni sarebbero ugualmente crollati …. Ma allora si dovrà dire che questi nostri tempi sono tempi di spine e lupi, “tristissima età” come ebbe a definirla il beato Pio IX. L’ottimismo che proclama le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità deprecando come “profeti di sventura” quegli spiriti lungimiranti e veramente profetici (essi si veramente profetici!) che seppero vedere l’abisso verso cui si dirigeva la modernità, sarà da giudicarsi quanto meno cieco. Non sembra, però, essere la posizione di papa Francesco … e allora?

Se la difesa dei bastioni sociali, culturali e istituzionali non era più possibile, tatticamente si sarebbe potuto optare per la macchia come il clero refrattario nella Francia rivoluzionaria passando da una guerra regolare alla guerriglia, sempre però sapendo che il mondo è nemico e lo spirito della modernità è inconciliabile con la Verità di cui la Chiesa è custode. Clero e laici avrebbero dovuto essere formati per resistere. Non così è stato!

Si sono invece aperte porte e finestre da cui è entrato il fumo di Satana, si sono abbattuti i bastioni di difesa, si è svuotato l’ovile spingendo le pecore verso ignote boscaglie, si è chiesto ai valorosi che ancora erano pronti a combattere per difendere l’ovile di deporre il bastone e di lasciar scorazzare indisturbati i lupi. Tutto questo perché?

Nostro Signore definisce mercenari i pastori che, vedendo arrivare i lupi, abbandonano il gregge. Che definizione dare allora di quanti non si limitano a non difendere le pecore ma addirittura le spingono verso i lupi o conducono i lupi sin dentro l’ovile, magari in nome del dialogo e dopo averne camuffato la pelliccia con posticci velli di pecora? Già l’antico favolista avevano capito come finisce il dialogo tra un lupo ed un agnello! Forse anch’egli era “profeta di sventura” incapace di vedere la bellezza del dialogo?

Ritornando all’immagine dell’ospedale da campo: chi si farebbe curare da un medico che fosse complice di quanti lo hanno ferito? Se il mondo (moderno) ferisce gravemente i fedeli (così dice il Papa), come possono i fedeli feriti, una volta compresa la causa delle proprie piaghe, fidarsi di medici che non cessano di rincorrere quel mondo e di adeguarsi ad esso? Come possono essere medici gli stessi che, volontari o involontari, esercitano l’ufficio di untori dando continuo scandalo al popolo fedele tanto da aver, di fatto, fatto ammalare l’intero gregge? Come può essere curativa una parola se viene continuamente imbastardita con il veleno che produce il male?

La vera misericordia opera ammonendo i peccatori, correggendo gli erranti, istruendo gli ignoranti. La vera carità pastorale è difendere il gregge dai lupi a costo della propria vita. È ritrovare la pecorella smarrita ma solo per riportarla all’ovile, non certo per condurla in mezzo ai pericoli dopo aver scandalizzato il gregge e devastato l’ovile.

Chi chiamerebbe caritatevole o misericordioso quel tale che, dopo aver lasciato torturare un poveretto, magari anche fraternizzando con gli aguzzini, dicesse al ferito tutto il proprio desiderio di curarlo?

©conciliovaticanosencodo.it

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