L’avvocato (del diavolo) per Bergoglio persona dell’anno

di Bob De Silva (19/12/2013)

La notizia è rimbalzata su tutti i media, compresi quelli nazionali.

Non solo Time ha nominato Bergoglio «person of the year» (in passato vinsero anche Hitler, Stalin, Bill Gates, Nixon, Chiang-Kai Shek e un computer). Anche la rivista The Advocate ha giudicato il Papa regnante come «persona dell’anno».

The Advocate è la più antica e solida realtà editoriale dell’universo omosessuale. Bimensile, esiste dal 1967, e tira 175 mila copie: al di là dei numeri, il suo prestigio, nel continuum internazionale LGBT, è assoluto.

pope-francis-on-the-advocateIn copertina per l’ultimo numero del 2013 c’è proprio lui, Papa Francesco, anche se negli articoli all’interno pope è sempre scritto con la minuscola. Nell’immagine in prima, virgolettate, in bella vista, le famose parole pronunziate in aereo tornando dal Brasile: «chi sono io per giudicare?». Con Photoshop, i grafici omosessualisti hanno aggiunto sulla gota papale la scritta «NO H8», che in gergo significa letteralmente «nessun odio», ma che nella neolingua del pensiero unico sta a significare la lotta alla discriminazione sessuale: gli haters, gli «odiatori», sono infatti coloro che si oppongono, con i loro hate speeches («discorsi d’odio») all’affermazione definitiva dei diritti gay. Con evidenza, il giornale non cercava un segno di sfregio nei confronti del Pontefice, costume assai in voga presso le comunità omosessuali. No, anche su di un piano grafico, la rivista pare dirci: questo è il Papa giusto per noi.

Il pubblico italiano non conosce bene The Advocate. La rivista può rivendicare un primato storico: venne creata ben due anni prima degli Stonewall Riots, la rivolta dei gay di Nuova York, che rappresenta l’anno zero del movimento LGBT. Iniziò come foglio di informazione spedito via posta a seguito di un raid della polizia in un locale gay di Los Angeles nel 1967. Divenuto in breve tempo una rivista vera e propria, iniziò ad essere venduta a 25 centesimi nei bar gay della città californiana. Il giornale crebbe sino a attrarre l’attenzione e i capitali di David Goodstein, uomo dell’investment banking di San Francisco. Sotto la direzione di Goodstein, divenne un punto di riferimento per l’universo politico e culturale dell’omosessualismo americano. Piano piano, Goodstein riuscì a cambiare le inserzioni pubblicitarie: non più “oggettistica” di natura sessuale (e magari gli annunci dei marchettari, che nei giornali gay non mancano mai) ma sponsor di caratura nazionale. La mente di Goodstein lo portò a elaborare anche un piano di conversione attiva all’omosessualità, l’«Advocate Experience». Seminari non-stop nei fine settimana, «workshop autorealizzativi» che portavano la gente ad una maggiore auto-accettazione, consapevolezza e tolleranza della comunità LBGT. Goodstein si trovò a gestire la più grande tragedia del mondo sessuale, ossia la scoperta dell’epidemia dell’AIDS a metà anni Ottanta. Il banchiere omosessuale rifiutava l’idea di un intervento di prevenzione pubblica, teorizzando, nei suoi editoriali, posizioni estreme: «il nostro stile di vita può divenire un elaborato rituale suicida (…) la nostra sicurezza e sopravvivenza dipendono da ognuno di noi e dal nostro comportamento individuale, e questo in opposizione ai regolamenti del governo sulla pubblica sanità». Non è impossibile intravedere qui qualche bagliore di mistica consapevolezza riguardo la natura mortifera della cultura omosessuale, che altro non è se non una branca minore della Cultura della Morte. Goodstein morì di cancro nel 1985, e non è chiaro se la malattia fosse legata all’HIV. Il direttore successivo, Richard Rouilard – quello che portò al giornale lo stile delle copertine sgargianti – morì di AIDS a metà degli anni Novanta. I successivi capi della rivista portarono avanti la sua glamourizzazione, raccogliendo sempre più storie di coming out (=dichiarazione pubblica della propria omosessualità) da parte delle celebrità, come la presentatrice Ellen DeGeneres, lo scrittore Gore Vidal, la figlia di Cher Chastity Bono, il cantante George Michael, etc.

Nel frattempo, al giornale non è mai venuta meno la parte di discussione «politica», anche molto avanzata. Per esempio, l’utero in affitto e perfino l’utero artificiale, erano letti in chiave di futura policy LGBT già più di tre lustri fa.

Al giornale infatti contribuisce Simon LeVay, neuroscienziato oxoniano titolatissimo e dichiaratamente omosessuale. LeVay passa per essere un luminale internazionale (Cambridge, Harvard, Stanford) riguardo il legame tra struttura cerebrale e orientamento sessuale. Il 14 ottobre 1997, The Advocate pubblica un articolo di LeVay dal titolo Darwin’s Children, «figli di Darwin». Al momento della pubblicazione, si è nel mezzo della temperie generata dall’arrivo della pecora Dolly. «La Scienza è il motore della Storia queer» dice il neuroscienziato gay. Il suo entusiasmo per le nuove prospettive offerte dalla tecnologie lo induce a lasciar andare ogni freno inibitore: «certo, vedo la clonazione come un beneficio per i gay (…) e anche la xenogravidanza (far partorire un feto umano da una specie differente) potrebbe essere di enorme beneficio, specialmente alle coppie di maschi gay, che attualmente devono pagare $40.000 o più per avere un bambino da una surrogata umana. L’idea ti rivolta, ma perché? Sceglierei senza problemi l’utero di un maiale sobrio, non-drogato, non-fumatore invece di un normale ambiente naturale». Rileggete: far nascere i bambini delle coppie gay facendoli partorire dai maiali – che non fumano, non bevono, non si drogano quindi sono più “sani” delle gestanti – dopo aver impiantato in essi embrioni di uomo. È più salutare (le donne-madri e il loro organo di riproduzione, si dice, a certi gay incutono estremo terrore) ed è anche più economico (il «carattere anale» degli invertiti, pensava Freud, a volte li rende anche un po’ risparmiosetti). Sì, siamo alla bestialità, alla mostruosità. Siamo alle visioni dell’Inferno sulla terra. Anzi siamo addirittura oltre: potete ispezionare ogni orrore dell’Inferno Musicale di Bosch e non troverete mai qualcosa di così ripugnante.

È bene che rileggiate una terza volta il periodo riportato qui sopra, l’iridata utopia bio-maiala della cultura omosessuale. L’origine anti-umana, transumanista, disumana, fondamentalmente satanica del movimento omossessuale è tutta qui. The Advocate è solo l’organo di stampa che la illustra con la maggiore sincerità.

Questo giornale è lo stesso che oggi premia Bergoglio. Qualche domanda ora dovrebbe sorgere un po’ a tutti.

Coloro che vogliono i bambini umani impiantati nell’utero di maiali – più economici, più sani – votano per il Papa. Francesco ha tanti avvocati, lo sappiamo. Con The Advocate, ha pescato davvero l’Avvocato del Diavolo.

Anzi, il Diavolo stesso.

Bergoglio non è il primo Papa ad essere nominato «Uomo dell’anno» dal Time: prima di lui vi furono Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Di certo però Francesco è il primo Papa ad essere nominato Person of the Year da The Advocate. I suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger infatti vinsero il premio opposto messo in palio annualmente dalla rivista, il Phobie of the Year. In sostanza, «l’omofobo dell’anno», ritenuto letteralmente «worst person of the year», la persona peggiore dell’anno. Il numero che inneggia a Papa Francesco esprime quindi anche la classifica dei peggiori omofobi: di fatto, la blacklist dell’omosessualismo. In questo 2013 vince a mani basse Vladimir Vladimirovic Putin, ma c’è spazio anche per dodici altri mostri: vi sono il giudice della Corte Suprema Scalia (quello che si oppose al matrimonio omosessuale in USA) e il politico repubblicano della Virginia Ken Cucinelli, il Cardinale aricivescovo di Nuova York Timothy Dolan, il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe, la comica francese ex volto della Manif pour Tous Frigide Barjot, lo scrittore di fantascienza mormone Orson Scott Card e altri ancora.

L’editoriale che giustifica la scelta di Bergoglio parla chiaro: «ha preso luogo un cambiamento significativo e senza precedenti in come la persone LGBT sono considerate in una delle maggiori comunità di fede mondiali. Papa Francesco è la guida di 1,2 miliardi di Cattolici in tutto il mondo. Ci sono 3 volte cattolici che cittadini degli USA. Vi piaccia o no, quello che dice fa la differenza. Certo, conosciamo i cattolici che falsificano le regole religiose riguardo la morale. C’è molto disaccordo sul ruolo delle donne, la contraccezione e altro ancora. Ma niente di tutto questo deve portarci a sottovalutare la capacità del papa di persuadere cuori e menti ad aprire alla genti LGBT, non solo negli USA ma globalmente. Le rimanenti persone che frenano per l’accettazione degli LGBT nella religione, quelli che bloccano il progresso del lavoro che resta da fare, saranno più probabilmente persuasi da una figura che conoscono. Nello stesso modo in cui il Presidente Obama ha trasformato la politica con la sua evoluzione nei diritti civili LGBT, un cambiamento dal papa può avere un effetto duraturo sulla religione».

L’editoriale, lunghissimo, è prodigo di dettagli. Dopo aver enumerato tutte le possibili «aperture» in discorsi ed interviste, racconta di quando «un gruppo LGBT cattolico di Firenze, Kairos, scrisse una lettera al papa in giugno, chiedendo “apertura e dialogo” e notando che la mancanza di essi “alimenta sempre l’omofobia”. I cattolici LGBT scrissero anche ai Papi precedenti, ma Francesco è stato il primo a rispondere. Ambo le parti hanno largamente tenuto privato il contenuto della conversazione, a eccezione del livello di stupore prodotto dalla benedizione data dal papa al gruppo LGBT».

La strategia è alla luce del sole: «una cosa che sappiamo dal 2013 è che non conta la dedizione degli attivisti, alla fine noi dobbiamo affrontare spesso un eterosessuale che decide il nostro destino. I nove eterosessuali seduti alla Corte Suprema – sei dei quali sono cattolici – lanceranno una legislazione di vasta portata che faccia diventare legale l’eguaglianza di matrimonio nei 50 stati? La Camera dei rappresentanti – della quale un terzo dei membri è cattolico, più di ogni altra religione – passerà l’Employement Non-Discrimination Act? Considereranno il suggerimento del papa contro il lanciare i giudizi?».

Tutto chiarissimo. Nel finale, l’editoriale dice che alla fin fine non si aspetta di vedere i gay che hanno lasciato la Chiesa tornare all’ovile, ma i gay che invece vanno a messa ora hanno una speranza. La parola finale – che suona come una minaccia già in attuazione – viene lasciata a Equally Blessed, associazione di gay «cattolici»: «i leader cattolici che continuano a trascurare i gay e le lesbiche non possono più rivendicare che i loro commenti di fuoco rappresentino i sentimenti del papa. I Vescovi che si oppongono all’espansione dei diritti civili di base – come la fine della discriminazione sul posto di lavoro – non possono più dire che il papa approvi la loro agenda discriminatoria».

Mentre scrivo, hanno rimosso il Cardinale Burke. È notizia di poco fa. Il cardinale vicino ai temi del mondo prolife e della messa tridentina escluso dalla Congregazione dei vescovi.

L’ex-arcivescovo di Saint Louis si batté con ogni forza perché non fosse data la comunione ai politici abortisti, omosessualisti, divorzisti. Le sue prese di posizione, fermissime, crearono scandalo nei media nazionali americani, che subito trovarono altri colleghi – come l’arcivescovo di Washington Donald Wuerl – disposti ad essere più concilianti. Nancy Pelosi e John Kerry, democratici, favorevoli all’aborto e al matrimonio omosessuale (Kerry è anche divorziato), ricevono tranquillamente la comunione. Di fatto, proprio Wuerl ora prende il posto di Burke. Il New York Times – il giornale che pubblica annunci di matrimoni gay prima ancora che fossero legali in America – manda la notizia in prima pagina, condendo il tripudio con un’intervista ad un raggiante Alberto Melloni.

Ora, la voce di Burke, «vescovo che emette commenti di fuoco», come dice la rivista gay, va verso lo spegnimento: questa è ora la dinamica della Chiesa di Francesco, che per coincidenza è «uomo dell’anno» per i gay.

Come noto, Raymond Leo Burke era l’unico Cardinale che partecipava alla Marcia per la Vita.

Una volta c’era il cosiddetto promoveatur ut amoveatur, ora neanche si è rinunciato perfino alle solite maschere curiali: lo scandalo dei Francescani dell’Immacolata è sotto gli occhi di tutti.

Il mondo è capovolto. Anzi, è il caso di dirla con più precisione: il mondo è invertito.

Non possiamo pensare che lo sia anche la Chiesa…

© RISCOSSA CRISTIANA

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