Dalla papolatria all’indifferentismo

Una cosa è il rispetto del Magistero costante del Pontefice, una cosa è l’obbedienza ai comandi impartiti allo scopo di difendere e tramandare il Depositum. Ben altro il servilismo ottuso, l’adulazione sfacciata, l’esaltazione incondizionata. Magari quest’ultime usate come alternative alle prime.

di Marco Bongi (22 agosto 2013)

pope-francis-caricatureCon il termine “papolatria”, volutamente esagerato per evidenziarne con chiarezza le distorsioni, non intendo assolutamente mettere in questione il senso di rispetto, la giusta reverenza, la docilità al Magistero e neppure l’obbedienza dovuta al S. Padre quando esercita, su questioni di Fede e morale, il Suo supremo insegnamento. Né si vuole misconoscere o sminuire il Primato di giurisdizione o la potestà di governo diretto sulla S. Chiesa che la dottrina cattolica ha sempre riconosciuto al Sommo Pontefice.

Il papa ha detto una cosa commovente: “buona sera”

Mi riferisco piuttosto, e spero mi scuseranno i critici, ad un diffuso atteggiamento psicologico, molto in voga nel mondo cattolico, sia fra i chierici che fra i cosiddetti “laici impegnati”, che porta sempre e comunque ad osannare, oltre ogni limite di decenza intellettuale, ogni atto, comportamento o stile d’azione del Papa, presentandoli invariabilmente come il migliore possibile, il più giusto in assoluto, il più corretto, la più “azzeccata” soluzione possibile alla situazione contingente di quel momento.

Chi non si sarà ad esempio imbattuto in commenti del tipo: “Davvero commoventi e significative le parole del primo saluto di Papa Francesco dalla loggia delle benedizioni la sera della sua elezione: buona sera…”; oppure, per non infierire solo sul regnante Pontefice, come valutare le lodi sperticate, scritte e pronunciate spesso dai medesimi osservatori, che giudicavano allo stesso modo “eroica”, “coraggiosa” e “segno di profondissima fede nell’Onnipotente”, sia la scelta di Giovanni Paolo II di resistere fino alla morte sulla Cattedra di Pietro, sia l’atteggiamento diametralmente contrario di Benedetto XVI di presentare le proprie dimissioni?

Erano passati, del resto, solo otto anni; difficile dunque invocare il cambiamento di contesto storico.

Posti di fronte a contraddizioni come queste gli interlocutori spesso si trovano a disagio ma non disarmano. Essi invocano la differenza di contesto storico, la diversità delle vocazioni e soprattutto, sempre più di frequente, l’argomento, chiaramente di sapore relativista, che porta inevitabilmente a definire buoni e giusti, nella medesima misura, anche atteggiamenti chiaramente opposti ed antitetici.

Ma la musica non cambia…

Benedetto XVI esigeva che i comunicandi ricevessero l’eucarestia in ginocchio. Papa Francesco non si genuflette neppure alla consacrazione… Ebbè? Che c’è di strano? Sono ottimi entrambi i comportamenti. Sottolineano soltanto due aspetti complementari della medesima verità!

Giovanni Paolo II organizzava viaggi scenografici e grandiosi senza badare a spese. Papa Francesco si porta la valigia sull’aereo ostentando una povertà che sfiora il pauperismo… Si tratta solo di due modalità “apparentemente” diverse di vivere il Cristianesimo. Ognuno ha la sua personalità e Dio certamente voleva da loro ciò che, in quel momento, hanno fatto.

Ma, potremmo continuare:

Benedetto XVI amava tanto la musica di Mozart, se la suonava spesso lui stesso con il pianoforte installato nell’appartamento pontificio. Era ben lieto di assistere a qualche concerto classico.

Papa Francesco non solo ha clamorosamente “dato pacco” a chi aveva organizzato un concerto in suo onore ma pare addirittura che si sia giustificato affermando sdegnosamente di non sentirsi un principe rinascimentale.

E cosa fanno i nostri commentatori? Due anni fa ci davano sotto con l’esaltazione della “profonda sensibilità” del successore di Pietro, una sensibilità che si manifesta potentemente nell’amore per la musica. Oggi, gli stessi personaggi, si compiacciono del senso pratico espresso dal Vescovo di Roma che lo porta a disdegnare orpelli inutili e cerimoniali anacronistici.

due-papi-santi-papa-giovanni-XXIII-papa-Giovanni-paolo-II-nuove-iconeDei papi dopo Pio XII è proibito dir male…

Comprendiamoci bene. Da sempre i papi si sono differenziati molto l’uno dall’altro, per carattere, personalità e stile di vita. L’ascetico Celestino V conduceva un’esistenza agli antipodi rispetto al decisionista Bonifacio VIII. Il pavido Clemente XIV non somigliava in nulla al coraggioso Gregorio VII. E che dire del mondano Alessandro VI rispetto al piissimo San Pio V?

Non è certo questo il problema. La questione sta in ben altri termini.

Nessuno infatti mi può tacciare di non sentire “cum Ecclesia” se affermassi, ad esempio, che Callisto III probabilmente fu un simoniaco, che Alessandro VI condusse una vita amorale, che Clemente XIV si mostrò debole quando sciolse l’ordine dei Gesuiti, che i papi avignonesi erano proni ai voleri del Re di Francia, che Urbano VIII sbagliò – in realtà non lo penso – a condannare Galileo Galilei.

Qualche critica è possibile però formularla, senza correre il rischio di “scomuniche”, fino, ed assolutamente non oltre, Pio XII. Dal 1958 in avanti invece… guai a chi si azzardasse a ventilare, sia pur timidamente, una pur minima riserva sui papi successivi!

Tutti perfetti, tutti insuperabili, tutti santi! Fra qualche secolo sicuramente molti rideranno di questo nostro conformismo bieco ed acritico.

Sarà cortigianeria? Sarà solo poca voglia di mettersi in gioco? Sarà, soprattutto per giornalisti e scrittori, che… “tengo famiglia…”?

In conclusione possiamo comunque serenamente affermare che questo piattume intellettuale non ha nulla di autenticamente cattolico. Una cosa è il rispetto delle dottrine proclamate e del Magistero costante del Romano Pontefice, una cosa è l’obbedienza ai comandi impartiti allo scopo di difendere e tramandare il Deposito della Fede.

Ben altro il servilismo ottuso, l’adulazione sfacciata, l’esaltazione incondizionata.

Oltre tutto, a mio parere, questi atteggiamenti intellettuali, oltre che far perdere autorevolezza a chi li propone, finiscono per condurre anch’essi, prima o poi, sulla china che porta all’indifferentismo. Quando infatti il valore di un’affermazione o di un comportamento dipendono, in definitiva, non dal contenuto intrinseco dei medesimi, ma dalla persona che li pone in essere, si rischia di non essere più in grado di distinguere autenticamente ciò che è giusto e vero, da quanto è sbagliato e quindi falso.

Il giudizio non si basa del resto su elementi oggettivi ma essenzialmente su aspetti legati esclusivamente, o quasi, alla persona ed al ruolo che ricopre.

Meno male che i grandi santi, loro sì davvero cattolici, ci hanno insegnato a fuggire il “cristianesimo da sacrestia”. San Paolo, Sant’Atanasio e S. Caterina da Siena amavano tanto il successore di Pietro che, per amore ed autentica carità nei suoi confronti, non gli negarono anche ammonizioni e richiami.

© PAPALE PAPALE

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