Osservazioni riguardo a “Il pensiero privato di Papa Francesco”

di Giovanni Servodio

Mettendo insieme le informazioni relative all’incontro del 6 giugno 2013, tra Papa Bergoglio e i responsabili della Confederación Latinoamericana y Caribeña de Religiosas y Religiosos (CLAR), si compone un quadro davvero triste dell’attuale dirigenza della Chiesa cattolica; non solo per quanto riguarda il furbesco rincorrersi delle pubblicazioni e delle precisazioni che, mentre sembrano voler ridimensionare, di fatto finiscono con l’esaltare l’accaduto, ma soprattutto per il contenuto relativo al pensiero del Papa.

Si tratterebbe di un incontro privato, dice il comunicato del Vaticano, ma privato o pubblico, Papa Bergoglio è inevitabile che faccia del “magistero ordinario”, perché, come dice acutamente Arnaldo Xavier da Silveira, “Il Magistero ordinario può insegnare con atti e gesti”.

La prima cosa da notare è che, pur volendo riconoscere che non abbiamo a che fare con le esatte “parole” del Papa, chiaramente abbiamo di fronte il suo pensiero, tenuto conto che gli appunti pubblicati sono un importante “promemoria” approntato dai partecipanti all’incontro, da servire per loro e per tutti quelli ai quali questi appunti verranno presentati e illustrati e spiegati. E quando si redige un “promemoria” ci si preoccupa di fissare gli elementi reali più importanti al di là delle impressioni riportate. Tale che si può e si deve ritenere che ciò che è stato riportato è l’effettivo pensiero del Papa, nonostante manchino tutte le “parole” da lui pronunciate per l’assenza di una “registrazione” delle stesse.

Venendo dunque al contenuto dell’informativa diffusa, la prima cosa di rilievo la si trova nella presentazione della stessa:

“Hanno parlato seduti in cerchio, da uguali, come si faceva nelle prime comunità fondate da Gesù…”.

A prima vista, questa precisazione sembrerebbe di poca importanza, ma, se si riflette, essa assume un valore esplicativo: come fosse la cornice del quadro.

“Seduti in cerchio”… ed ecco che viene subito in mente la “tavola rotonda”, con l’idea dei pari che si incontrano… “da uguali”. Purtroppo però, la “tavola rotonda” non è affatto questo, bensì il mezzo simbolico per riunire tanti “diversi”, per carisma e valenza personale, intorno ad un “centro” che li trascende e al quale essi si riferiscono e dal quale dipendono.

Se non fossimo caduti così in basso, con le menti e i cuori, non capiterebbe di vedere degli uomini di Chiesa scambiare una cosa importante e ricca di significato spirituale per una banalità. Altro che “da uguali”, sono proprio i diversi che si raccolgono in cerchio per uniformarsi a ciò che li trascende… a Dio.

Ma, pazienza! Anche se a banalità si aggiunge banalità.

“come si faceva nelle prime comunità fondate da Gesù…”

La fervida e puerile immaginazione dei moderni riesce ad inventarsi le cose più strane, misconoscendo il reale ed elaborando l’infondato.

La tipica postura dei discepoli intorno al maestro, che esprime la stessa concezione della “tavola rotonda”, viene qui presentata come espressione di una mai esistita “ugualità” tra chi apprende e chi insegna. Le stesse raffigurazioni dei discepoli in convivio col Maestro, presenti nei Vangeli, indicano chiaramente che c’è sempre un posto di preminenza per il Maestro stesso (Cfr. Mt. 13, 1-3; Mc. 3, 31-34: Lc. 24, 20).; e questo si è mantenuto anche nella liturgia della Chiesa, dove gli astanti sono sempre posti in modo da “convergere” verso un centro, anche se posto all’estremità “orientale” del tempio; e non un centro solo simbolico, ma un centro rappresentato da una persona… in questo caso il Papa.

L’espressa indicazione di questo “seduti in cerchio” rivela un doppio elemento problematico: per un verso un pregiudizio fondato sull’idea che si debba essere tutti uguali, nonostante si sia disuguali per indole e per funzione assegnata; per l’altro il convincimento di Papa Bergoglio che, come ha voluto sottolineare fin dall’inizio, non intende fare il Papa ed assumere tutti gli onori e tutti gli oneri che ne derivano: egli intende essere uno tra gli altri, disconoscendo la funzione che ha liberamente accettato di svolgere e venendo meno al suo dovere di stato. Segno evidente che egli rifiuta l’idea della designazione papale per il bene della Chiesa e si limita a considerarsi un qualunque chierico, preso dai suoi convincimenti e immerso nei suoi problemi. Non è una questione di rinuncia, ma è il disconoscimento in sé del vicariato di Cristo, è il convincimento della non soprannaturalità del mandato e della funzione papale.

Se guardiamo adesso a quanto detto da Papa Bergoglio, l’intero primo paragrafo è davvero sconcertante.

“Se si sbaglia, si sbaglia, questo succede! Magari fino a che arriva una lettera della Congregazione per la Dottrina (della Fede) che dice che è stato detto questo o quello … Ma non preoccupatevi. Spiegate quello che c’è da spiegare, ma andate avanti…”.

Qui si dice che è possibile sbagliare – e questo ci sembra ovvio – ma si precisa che quando si viene ripresi, anche in maniera formale, dall’autorità, ci si deve giustificare, ma poi si deve proseguire nello sbaglio!

A prima vista sembrerebbe una battuta, ma si capisce poi che Papa Bergoglio introduce una novità rivoluzionaria nella Chiesa: la Congregazione per la Dottrina della Fede può esprimere pareri e può formulare considerazioni, ma non si ha alcun dovere di seguirli, e ovviamente, trattandosi della “Congregazione per la Dottrina”, non si ha alcun dovere di seguire ciò che questa puntualizza in tema di “dottrina”. Ergo, la Chiesa non ha più un’autorità dottrinale visibile, ma qualunque Superiore e, quindi, qualunque Vescovo, in dottrina può liberamente sbagliare (“Se si sbaglia, si sbaglia, questo succede!”) e… andare avanti. Sovversione?

Niente affatto! Papa Bergoglio ha chiaro il concetto nella sua testa:

“Preferisco una Chiesa che sbaglia per fare qualcosa, che una Chiesa che si ammala perché rimane chiusa…”.

Per ragioni di spazio, non svolgeremo un ragionamento complesso, come si dovrebbe, ci limitiamo quindi a sottolineare due aspetti.

“Preferisco una Chiesa che sbaglia per fare qualcosa”: preferiscono cioè una Chiesa che come sua prima istanza abbia l’azione, il fare, l’attivismo, la sottomissione all’incalzare delle cose che cambiano continuamente, alle sollecitazioni frenetiche del mondo. Preferisco una Chiesa che sbaglia a fare la Chiesa, ma che “fa qualcosa”… e qui vengono in mente le ridicole campagne pubblicitarie per l’“8 per mille” commissionate e pagate dalla CEI… roba da circolo delle bocce!

Eppure, in tutto questo c’è una logica, ed è la logica della Chiesa moderna che si sforza di non essere una ONG, come raccomanda Papa Bergoglio, e si concentra per diventare tutta una “Caritas”, dove scompare la suprema legge della Chiesa cattolica, la salus animarum, per far posto all’istanza suprema della moderna Chiesa conciliare: la salus corporum.

È così che, secondo Papa Bergoglio, la Chiesa si apre e non si ammala, “una Chiesa che [non] si ammala perché [non] rimane chiusa”. Concetto un po’ criptico, a dire il vero, e perfino un po’ asfittico, poiché, non solo non si capisce perché la Chiesa debba necessariamente ammalarsi se non si apre al mondo, ma ancor più non si capisce come un vescovo, per di più Vescovo di Roma, non sappia che per duemila anni la Chiesa cattolica ha sempre coniugato con realismo e coerenza sia la predicazione della verità, e la chiusura al mondo, sia la pratica della carità, e l’attenzione agli uomini. Qui è come se Papa Bergoglio parlasse di una Chiesa immaginata per oggi a fronte di una Chiesa immaginaria di ieri.  Come minimo si deve parlare di confusione.

Ci si chiede: è Bergoglio che fa il Papa misconoscendo la vera natura della Chiesa? O sono i cardinali, che lo hanno eletto al papato perché sapevano di questo disconoscimento?

Riguardo alla sua elezione diremo poche parole:

“Non ho perso la pace in alcun momento, sapete? E non è da me, io sono portato a preoccuparmi, a innervosirmi… Ma non ho perso la pace in alcun momento. Il che mi conferma che questo viene da Dio…”.

Quale pace avrebbe dovuto perdere? Un cardinale che era già stato indicato e sostenuto per il papato nel 2005? Un cardinale che quest’anno non ha fatto fatica ad essere designato? La pace!? Ma come la pace! I cardinali non giurano, in piena coscienza, fedeltà usque ad sanguinis effusionem? Che fa il nesci, Eminenza, o non l’ha giurato?

Riguardo alla sua permanenza in albergo, a Santa Marta, Papa Bergoglio dice:

“… questi gesti … non sono venuti da me. No, mi sono capitati. Non che avessi un piano, né che ne abbia fatto uno non appena eletto. L’ho fatto perché ho sentito che era quello che chiedeva il Signore. Ma questi gesti non sono miei, c’è un Altro qui… questo mi dà fiducia…”.

Quindi, il fatto che abbia deciso di non andare ad abitare nella “casa del Papa” e che preferisca rimanere in albergo, non sarebbe una sua scelta… no… sarebbe l’applicazione di un comando del Signore. Sia chiaro, la cosa è ben possibile; ma allora, visto che abbiamo solo la parola di Bergoglio, è lecito chiedersi come mai il Signore, dopo duemila anni, abbia deciso di far sì che il Suo Vicario non faccia il Papa e, per meglio esplicitare questa incredibile novità, induca Papa Bergoglio a vivere in albergo, fuori dall’appartamento papale, insieme agli ospiti del Vaticano! Le vie del Signore sono misteriose, d’accordo, ma noi abbiamo l’impressione che ci sia poco di misterioso nel fatto che Papa Bergoglio si nasconda dietro la scusa del comando del Signore per indorare l’amara pillola del suo rifiuto di fare il Papa.

Ci si chiede: è Bergoglio che non vuole fare il Papa? O sono i cardinali, che lo hanno eletto al papato perché sapevano che non avrebbe fatto il Papa?

Ma Papa Bergoglio precisa che in realtà la sua elezione è opera dello Spirito Santo, perché lui non se l’aspettava e a Londra lo davano perdente… sarebbe curioso conoscere a quanto stavano le scommesse in Vaticano, perché di Londra non è che ce ne importi più di tanto!

“Io sono venuto con i vestiti contati, li lavavo di notte, e improvvisamente questo… Eppure non avevo alcuna probabilità! Nelle scommesse a Londra stavo al 44° posto, figuratevi! Chi ha scommesso per me ha guadagnato moltissimo, naturalmente…! Questo non viene da me…”

Il paragrafo che segue è un esempio di come si possa affermare una cosa giusta, concludendo poi con un’altra scomposta:

“Dobbiamo invertire la tendenza. Non fa notizia il fatto che a Ottaviano un anziano muore di freddo nella notte, o che vi sono tanti bambini senza educazione o con la fame, penso in Argentina… Invece, le principali borse del mondo si alzano o si abbassano di tre punti e questo diventa un evento mondiale. Bisogna voltare pagina! Non può essere! I computer non sono fatti a immagine e somiglianza di Dio, sono uno strumento, va bene, non niente di più. Il denaro non è immagine e somiglianza di Dio. Solo la persona è immagine e somiglianza di Dio. Bisogna cambiare. Questo è il Vangelo.”

Non v’è dubbio che ciò che conta a questo mondo è Dio, e poi l’uomo che Dio ha creato a sua immagine e somiglianza “per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra, in paradiso” (Catechismo di San Pio X, n° 13); ma non è esatto, ed è riduttivo affermare: “Questo è il Vangelo”, poiché il Vangelo è molto di più e il suo scopo non si esaurisce nella cura per le persone in questo mondo, ma mira a ricondurre ogni credente a Dio, per la salvezza eterna della sua anima… nell’altra vita.

Ed allora si spiega bene l’affermazione del paragrafo successivo, che riduce il senso della vita religiosa alla denuncia delle storture del mondo.

“Bisogna andare alle cause, non possiamo accontentarci solo dei sintomi. Non abbiate paura di denunciare… andrete incontro a cose spiacevoli, a dei problemi, ma non abbiate paura di denunciare, è questa la profezia della vita religiosa…”

La vita religiosa è dedizione a Dio, non denuncia delle scompostezze del mondo; e questa dedizione a Dio vale per se stessi e per gli altri, tanto che il religioso si fa carico degli errori degli altri uomini e dedica la sua vita a pregare per essi e per le storture del mondo. Non impegna la sua vita nella denuncia, che può anche pronunciare con forza quando si presenta il caso, ma la impegna nella preghiera. È evidente che anche i chierici, e i papi, hanno dimenticato quando nei monasteri cattolici si vegliava in preghiera nel tempo di carnevale, per riparare ai peccati che nel mondo gli uomini commettevano in quel periodo. Se “la profezia della vita religiosa” consistesse nel “denunciare”, non ci sarebbe bisogno di prendere i voti, basterebbe iscriversi ad un qualunque circolo filantropico.

Ed ecco le preoccupazioni di Papa Bergoglio.

“Una è una corrente pelagiana che c’è nella Chiesa in questo momento. Vi sono certi gruppi restaurazionisti. Io ne conosco alcuni, mi toccò riceverli a Buenos Aires. E uno capisce che è come tornare a 60 anni fa! Prima del Concilio… Uno si sente come nel 1940…”.

Ed ha ragione, poverino, poiché tornare a 60 anni fa sarebbe come dire che i religiosi dovrebbero tornare a pregare, cosa che a Papa Bergoglio non piace tanto.

Non ci si può limitare, oggi, a pregare per la salvezza degli uomini a maggior gloria di Dio, non ci si può limitare a dedicare la propria vita a Dio, poiché, oggi, l’impegno supremo è la “denuncia”, dice Papa Bergoglio.  Quindi, coloro che vorrebbero che la Chiesa ritornasse alla pratica cattolica di 60 fa, preoccupano Papa Bergoglio… questi “restaurazionisti” che vogliono rimanere a “prima del Concilio” lo preoccupano… poverino, non si vuol sentire “come nel 1940” (!?).  Sarebbe come fare un gigantesco passo indietro rigettando tutte le conquiste e i progressi che la vita religiosa ha acquisito e compiuto in cinquant’anni; mirabilia che non potremmo elencare in questa occasione… ammesso che dopo un lungo e certosino lavoro di buona volontà ne riuscissimo a trovare una! La verità è che Papa Bergoglio è convinto che il bene e il meglio stiano nell’oggi e nel domani, mentre il male e il peggio starebbero nel passato: questo è l’insegnamento del Vaticano II e del Magistero posteriore, teso a rincorrere il mondo e i suoi mutamenti, in nome di un mal celato amore per il mito del progresso di rivoluzionaria e anticattolica memoria.

“Corrente pelagiana”, dice Papa Francesco, … chissà perché poi. In effetti l’unico appiglio al pelagianesimo, relativamente ai “restaurazionisti”, sarebbe legato a quello che dice dopo:

“E questi gruppi tornano a pratiche e a discipline che ho già vissuto – voi no, perché nessuno di voi è vecchio – a discipline, a cose che si vivevano in quel momento, ma non adesso, oggi non sono più…”

Tornano cioè a cose superate, contravvenendo alla Gerarchia e ritenendo di poter decidere bene da se stessi. In verità, però, un pelagianesimo un po’ particolare, un po’ bergogliano, poiché il nocciolo del pelagianesimo non è tanto l’autosufficienza dell’uomo, quanto il rifiuto della necessità della grazia e dei mezzi offerti dalla Chiesa per accedervi. Da questo punto di vista, che corrisponde meglio al pelagianesimo, non si può certo dire che i “restaurazionisti” siano pelagiani… anzi, tutto il contrario, perché col loro chiedere alla Gerarchia di tornare alla Tradizione, che è decisamente esclusiva del pelagianesimo, esattamente com’è esclusiva del modernismo del Vaticano II e del progressismo di Papa Bergoglio, questi restaurazionisti sono i primi avversari della visione di Pelagio.

Quanto poi alle “discipline” e alle “cose che si vivevano in quel momento, ma non adesso, oggi non sono più…”, ci si chiede se Papa Bergoglio si sia mai accorto che la Chiesa continua ad insegnare ai fedeli “cose” che “si vivevano” duemila anni fa; e se non abbia mai pensato che magari sarebbe il caso di abbandonare “quei” Vangeli o di riscriverne di nuovi, proprio perché oggi nel mondo quelle “cose” “non sono più”. Dicevamo prima, questo è l’insegnamento del Vaticano II e del Magistero posteriore, e qui lo troviamo confermato: Papa Bergoglio ragiona secondo il mondo e non secondo Dio.  E subito viene in mente l’apostrofe rivolta al primo Papa, a San Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt. 16, 23; Mc. 8, 33); apostrofe che non è pronunciata da un “restaurazionista”, ma da Nostro Signore Gesù Cristo.

Purtroppo, su questo, ormai, non riflette più nessuno, perché il cattolico moderno, aggiornato, è tutto preso a rincorrere il liberalismo, l’ecologismo, il filantropismo e l’universalismo, col corollario dei diritti dell’uomo o dell’animale e totalmente dimentico dei diritti di Dio … questi diritti, non sono forse “cose che si vivevano in quel momento, ma non adesso, oggi non sono più…”?

Su questo punto è il caso di ricordare che nel mondo tradizionale sono stati sollevati vari appunti circa l’atteggiamento di Papa Bergoglio riguardo alla Tradizione cattolica, appunti di vario tenore, dal distinguo alla dotta giustificazione, come se, dopo più di tre mesi di pontificato, non fosse ancora chiaro che Bergoglio è del tutto distante dall’insegnamento e dalla pratica religiosa del cattolicesimo… del cattolicesimo vero, intendiamo, non del cattolicesimo falso e deviato apparso col Vaticano II e sul quale Bergoglio non transige.

Ci si chiede: è Bergoglio che avversa la Tradizione della Chiesa? O sono i cardinali, che lo hanno eletto al papato perché sapevano di questo?

A conferma che Papa Bergoglio pensa secondo gli uomini, troviamo l’esposizione della sua seconda preoccupazione:

“La seconda è una corrente gnostica. Quei panteismi… Le due sono correnti d’elite, però questa è un’elite più colta… Ho saputo di una superiora generale che incoraggiava le sorelle della sua congregazione a non pregare il mattino, ma a fare un bagno spirituale nel cosmo, cose così… Mi preoccupano poiché trascurano l’incarnazione!”

Ecco perché “lo preoccupano”, perché “trascurano l’incarnazione”, non perché non hanno niente a che vedere col cattolicesimo e hanno tutto a che vedere con l’anticristianesimo!

E già, perché Papa Bergoglio, in cuor suo, accredita a questa corrente una cultura maggiore di quella dei restaurazionisti, una cultura meramente umana che s’incontra col suo pensiero secondo gli uomini… e ai suoi occhi questa è cosa più meritevole che la sciatta mentalità da contabili dei restaurazionisti. Se tutto questo non fosse comico ci sarebbe da piangere, ma in fondo è davvero tutto da ridere, tolto ovviamente il fatto che occorra seriamente riflettere sulla nota profezia dell’abominio nel luogo santo. Poiché quando si cerca di capire in cosa consista questo abominio si è portati a pensare a chissà quali macroscopiche aberrazioni, mentre invece sono proprio le piccole cose che rivelano le grandi: “dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”, ammonisce il Signore (Mt. 7, 20).

E le piccole cose sono affermazioni come questa:

“Il Vangelo non è una legge antica, nemmeno questo panteismo. Si guardino le periferie, gli indigenti… i drogati! La tratta delle persone… Questo è il Vangelo. I poveri sono il Vangelo…”

Jorge Mario Bergoglio è stato in seminario, dai Gesuiti, è stato ordinato prete e poi vescovo, è stato fatto cardinale e ultimamente anche papa, eppure sembra proprio che ancora non abbia capito cos’è il Vangelo. Per lui il Vangelo è il guardare alle periferie, agli indigenti, ai drogati, alla tratta delle persone… “I poveri sono il Vangelo…” tuona infiammato di zelo!

Ora, su questa fisima del pauperismo tanti hanno scritto, anche in questo sito, quindi non ci soffermeremo, notiamo solo che convincersi che l’Incarnazione del Figlio di Dio, la Sua Passione e la Sua Morte in Croce, siano avvenute per aiutare i poveri, significa ridurre il Vangelo a mero comizio populista, col relativo corollario di demagogia e di bolsa retorica, e significa ridurre Nostro Signore Gesù Cristo, Salvator Hominum, a mero filantropo di periferia, appunto, col conseguente accostamento del suo insegnamento alle moderne teologie laiche di tipo marxista… tanto, in fondo, anche Carletto Marx era ebreo.

Foto ricordo dell'udienza.
Foto ricordo dell’udienza.

Lo abbiamo già detto prima, in questa nuova Chiesa scompare la suprema legge della Chiesa cattolica, la salus animarum, per far posto all’istanza suprema della moderna Chiesa conciliare: la salus corporum; qui aggiungiamo che Papa Bergoglio travisa totalmente l’imperativa e reiterata ingiunzione di Nostro Signore al Suo primo Vicario: «Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle”.» (Gv. 21, 15-17). Pasci le mie pecorelle, dice il Signore, e le pecorelle non sono o ricche o povere, sono solo quelle bisognose della Redenzione, perché il Signore è venuto non per i sani, ma per i malati: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi». (Lc. 5, 31-32; Cfr. Mt. 9, 12-13 e Mc. 2, 17).

E i peccatori che si devono convertire si trovano tanto nelle periferie quanto nel centro città, si trovano tanto tra i ricchi quanto tra i poveri, perché non basta essere poveri per abbisognare della cura di Simone di Giovanni, che verrebbe, e viene, meno al suo compito se privilegiasse queste pecorelle rispetto a quelle altre.

Questa tendenza, tutta moderna, è figlia del disconoscimento del vero insegnamento di Cristo, e della riduzione di questo insegnamento a meri livelli umani, del suo abbassamento al livello di messaggio sentimentale con relativo batticuore per l’indigenza materiale di questo o di quello.

Non si trova in alcuna parte del Vangelo che Nostro Signore si sia preoccupato di regalare un borsellino nuovo a qualche povero, e laddove si parla dell’aiuto ai poveri, lo si fa con tale riservatezza che diventa chiaro il senso vero del termine usato da Nostro Signore: sono venuto per i malati… sono venuto per le anime in stato di peccato… ed è tale la preoccupazione per queste anime in stato di peccato, che necessitano della cura spirituale e non della cura materiale, che uno dei primi atti del primo Papa, San Pietro, è così raccontato, conservato e tramandato negli Atti degli Apostoli: «Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola» (Atti 6, 2-4).

Esattamente il contrario di quanto raccomandato da Papa Bergoglio!

I chierici e i religiosi devono primariamente dedicarsi alla preghiera e alla predicazione dell’insegnamento di Cristo… altro che protesta sociale, altro che denuncia, altro che batticuore per la periferia! E invece qui sembra proprio che il cardinale Bergoglio, a Buenos Aires, non abbia fatto altro che scambiare la preghiera con… la protesta, e la parola col… comizio. Acquisendo così tanti meriti nello stravolgimento dell’insegnamento di Cristo, da finire con l’essere scelto come nuovo papa.

Ci si chiede: è Bergoglio che travisa oggi l’insegnamento di Nostro Signore? O sono i cardinali, che lo hanno eletto al papato perché ammirati per tanto travisamento?

Ed eccoci alla denuncia di Papa Bergoglio che, ad essere sinceri, dopo tali premesse, lascia alquanto stupiti e perplessi: stupiti per la debolezza e per il tergiversare, perplessi perché ci si interroga sulla reale buona volontà del nuovo Vescovo di Roma.

“Nella curia vi sono persone sante, veramente, c’è della gente santa. Ma vi è anche una corrente di corruzione, c’è anche, davvero… Si chiama “lobby gay”, ed è vero, sta qui… dobbiamo vedere quello che possiamo fare…”.

D’accordo che la Curia romana non è di competenza del Vescovo di Roma, ma del Papa, e Bergoglio non vuole fare il Papa: ma in un caso del genere, qualunque chierico, o perfino un laico, avrebbe proferito parole di fuoco contro una simile porcheria; e non si sarebbe timidamente limitato a parlare di “corruzione”; e avrebbe subito parlato di “cacciata” dei corrotti dal Tempio, ad imitatio Christi… No!… Papa Bergoglio si limita a dire “dobbiamo vedere quello che possiamo fare”. E si schermisce: “La riforma non la posso fare io, è questione di gestione… Io sono molto disorganizzato, non sono mai stato bravo in questo.” La faranno i cardinali, ci fa sapere, quegli stessi cardinali che appartengono in certo modo a quella stessa Curia romana nella quale alligna la “lobby gay”.

E qui la nostra perplessità diventa indignazione, perché sappiamo bene che Nostro Signore non esitò un attimo a prendere la frusta in mano e a cacciare personalmente, senza remore, pubblicamente, i mercanti dal Tempio (Gv. 2, 13-17). Forse che al Suo Vicario è stato comandato di giuocare a scarica barile e di devolvere ad altri il lavoro che spetterebbe a lui? Forse è stato esentato dal compiere di suo dovere di stato? Dove è andata a finire tutta la voglia di denuncia di prima? E la conseguente volontà di agire, anche a costo di sbagliare?

Papa Bergoglio: molte (male) parole e pochi fatti.

Per completare la nostra disamina, tralasciamo la battuta sempliciotta e meno significativa sul vescovo che vota bene se prima si strofina col popolo e voterebbe male se abitasse in albergo. Roba da bar dello sport. E segnaliamo la battuta infelice sui monasteri che chiudono per mancanza di vocazioni, mentre gli stolti “vecchi” religiosi vorrebbero mantenerli.

“Vi sono congregazioni religiose, gruppi molto, molto piccoli, di poche persone, gente molto vecchia… Non hanno vocazioni, che so, lo Spirito Santo non vuole che perdurino, potrebbero aver compiuto la loro missione nella Chiesa, non lo so… Ma ci sono, e attaccati ai loro edifici, attaccati al denaro…”

Come esimersi dal rilevare che Papa Bergoglio non ha capito niente del Vaticano II? Come si fa ad addebitare la mancanza di vocazioni… nientemeno che allo Spirito Santo? Mentre anche le pietre sanno che la mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose è dovuta alle rivoluzionarie innovazioni volute dal Concilio e continuate dai papi che hanno applicato il Vaticano II?

Non è questa l’occasione per parlare di questa evidenza, perciò affidiamo il compito di esprimerla alla seguente vignetta.

© UNAVOX 2013

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