Lo strano pontificato di papa Francesco, detti e fatti diversi

di Alejandro Sosa Laprida

Ci sarebbero molte altre dichiarazioni e gesti di Francisco che potrebbero qualificarsi quanto meno come inquietanti e che si presterebbero ad una lunga disamina, dalla quale mi asterrò per brevità; ne ho scelti solo alcuni, a mo’ d’esempio, tratti da una lunga lista che sicuramente non finirà di allungarsi giorno dopo giorno a velocità vertiginosa…

"Buona sera"... buona notte!!!
“Buona sera”… buona notte!!!

1. La notte della sua elezione, Francesco si presentò come “Vescovo di Roma”, senza pronunciare la parola “Papa”. Questa procedura, reiterata dopo in varie occasioni, venne confermata dalla nuova edizione dell’“Annuario Pontificio” pubblicato a maggio. Qualificandosi da se stesso solo col titolo di Vescovo di Roma, e non come Papa, Sommo Pontefice o Vicario di Cristo, Francesco compie un gesto inedito nella storia della Chiesa, chiaramente rivoluzionario, che mina in maniera decisa l’autorità della Sede Romana.

2. In occasione della GMG tenutasi nel luglio del 2013 a Rio de Janeiro, Francesco, in un’intervista concessa alla televisione brasiliana, dichiarò «che un bambino riceva la sua educazione da cattolici, protestanti, ortodossi o giudei, non mi interessa»; quello che mi interessa è che «venga educato e gli si dia da mangiare». Parole così non necessitano di alcun commento; a condizione, evidentemente, di non aver perso la Fede.

3. Il 16 marzo del 2013, alla fine di un’udienza concessa ai giornalisti del mondo intero, nell’aula Paolo VI in Vaticano, Francesco diete loro una benedizione del tutto atipica: una «benedizione silenziosa, rispettando la coscienza di ognuno». Non si degnò di fare il segno della Croce sulla moltitudine dei giornalisti, né di pronunciare il santo nome delle Tre Persone Divine. Tale falsa nozione di rispetto sta agli antipodi di ciò che ci ha insegnato Gesù: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.» (Mt. 28, 18-20). Il nostro Divino Maestro ci ha detto anche: «Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.» (Mt. 10, 32-33). Diciamolo chiaro: il «rispetto della coscienza» avanzato da Francesco per dispensarsi dall’esercitare la sua suprema autorità apostolica, manca di ogni fondamento scritturale, patristico e magisteriale. Si tratta di una nozione la cui origine risale ai “filosofi” dell’Illuminismo e che fa parte integrante dell’insegnamento impartito nelle logge massoniche. Nell’enciclica Mirari Vos (1832), Gregorio XVI afferma: «E da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quella assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo … non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione.»

4. Durante questa stessa udienza, Francesco disse che desiderava «una Chiesa povera per i poveri». Desiderio novatore e completamente estraneo all’insegnamento e alla pratica bi-millenarie della Chiesa: «Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?» (Gv. 12, 3-5).

5. L’11 settembre, Francesco ha ricevuto in udienza privata il religioso peruviano Gustavo Gutiérrez, prete modernista, di sinistra e sovversivo, lo stesso che diede origine all’espressione “teologia della liberazione”, con un suo libro con questo titolo pubblicato nel 1971. Questo “teologo”, complice dei movimenti marxisti e terzomondisti latino americani, compromessi nella lotta armata rivoluzionaria, considera che la salvezza cristiana passa per l’emancipazione dalle schiavitù terrene: «La creazione di una società giusta e fraterna è la salvezza degli esseri umani, se per salvezza intendiamo il passaggio dal meno umano al più umano. Non si può essere cristiani oggi senza un impegno per la liberazione», cioè senza ricorrere ad una praxis storica marxista ordinata all’emancipazione rivoluzionaria delle masse “oppresse” socialmente, in seno ad una “Chiesa popolare” che, grazie alla “coscienza di classe”, prenda partito nella lotta dei poveri contro la classe possidente e contro la gerarchia ecclesiastica.  È interessante segnalare che la settimana prima L’osservatore Romano (4 settembre 2013, pag. 4) gli aveva dedicato una pagina per segnalare la pubblicazione di un libro che egli aveva scritto insieme a Mons. Gerhard Müller, attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato Dalla parte dei poveri, teologia della liberazione, teologia della Chiesa.

6. Il giorno della sua elezione, prima di impartire la benedizione apostolica ai fedeli convenuti in piazza San Pietro, Francesco chiese alla folla che pregasse prima per lui perché Dio lo benedicesse. Il simbolismo del gesto è chiaro: la benedizione non procede dall’alto, attraverso il Papa che ha ricevuto la sua investitura di diritto divino e che poi la fa discendere direttamente sui fedeli, qui ci troviamo al cospetto di un gesto che evoca i principii democratici e rivoluzionari, secondo i quali il potere emana dal popolo, unica fonte di legittimità per l’esercizio dell’autorità.

7. Nel corso della sua omelia a Santa Marta, in Vaticano, il 22 maggio 2013, Francesco ebbe a dire che il Signore salvò «tutti gli uomini» col Sangue di Cristo, che in questo modo diventano «figli di Dio, non solo i cattolici, ma tutti, anche gli atei». Gregorio XVI, nell’enciclica Mirari Vos, citata prima, insegnava: «L’indifferentismo… ossia quella perversa opinione che per fraudolenta opera degli increduli si dilatò in ogni parte, che cioè possa in qualunque professione di fede conseguirsi l’eterna salvezza dell’anima, se i costumi si conformino alla norma del retto e dell’onesto.»

8. Francesco organizzò una giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Siria, cosa in sé lodevole. Disgraziatamente, questo evento fu indetto secondo lo spirito del falso ecumenismo conciliare di Nostra Aetate e di Assisi, visto che l’invito fu esteso «a tutti i cristiani delle altre confessioni, agli uomini e alle donne di ogni religione, così come ai fratelli e alle sorelle non credenti». Il che si oppone diametralmente tanto alla dottrina quanto alla pratica costante della Chiesa, fino al Vaticano II. Ecco cosa diceva Pio XI a riguardo: «Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio.» (Mortalium animos, 1928). Francesco prosegue dicendo che «la cultura del dialogo è l’unico cammino per la pace». Ebbene, questo presuppone che si abbia una concezione erronea della pace, fondata su una visione naturalista della vita e sul relativismo religioso: siamo di fronte ad un’utopia umanista e al caratteristico disconoscimento della natura umana reale, caduta e redenta dal Sangue di Cristo, redenzione che si comunica agli uomini attraverso il Suo Corpo Mistico, la Chiesa, fuori dalla quale l’umanità, individualmente o collettivamente considerata, rimane prigioniera del peccato e sottomessa all’imperio di Satana. In queste circostanze, parlare del “dialogo” come dell’«unico cammino per la pace» è una menzogna grottesca e ripugnante. Si voglia scusare la lunga citazione che mi vedo costretto a riportare per provare quello che dico: «Quando dunque governi e popoli seguiranno negli atti loro collettivi, sia all’interno sia nei rapporti internazionali, quei dettami di coscienza che gli insegnamenti, i precetti, gli esempi di Gesù Cristo propongono ed impongono ad ogni uomo; allora soltanto potranno fidarsi gli uni degli altri, ed aver anche fede nella pacifica risoluzione delle difficoltà e controversie che, per differenza di vedute e opposizione d’interessi, possono insorgere. […] Appare, da quanto siamo venuti considerando, che la vera pace, la pace di Cristo, non può esistere se non sono ammessi i princìpi, osservate le leggi, ubbiditi i precetti di Cristo nella vita pubblica e nella privata; sicché, bene ordinata la società umana, vi possa la Chiesa esercitare il suo magistero, al quale appunto fu affidato l’insegnamento di quei princìpi, di quelle leggi, di quei precetti. Ora tutto questo si esprime con una sola parola: «il regno di Cristo». […] È dunque evidente che la vera pace di Cristo non può essere che nel regno di Cristo: «La pace di Cristo nel regno di Cristo»; ed è del pari evidente che, procurando la restaurazione del regno di Cristo, faremo il lavoro più necessario insieme e più efficace per una stabile pacificazione.» (Ubi Arcano, Pio XI, 1922). E anche: «Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente i segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano» (Quas Primas, Pio XI, 1925).

Gesù non lavò i piedi ai poveri di Gerusalemme, ma solo ai suoi apostoli.
Gesù non lavò i piedi ai poveri di Gerusalemme, ma solo ai suoi apostoli.

9. In occasione della cerimonia della Lavanda dei piedi del Giovedì Santo, celebrata in un centro di detenzione per minori di Roma, tra le persone che rappresentavano i dodici Apostoli vi erano donne e musulmani, il che infrange gravemente la tradizione liturgica, che si è sempre servita di uomini battezzati, dacché le donne non sono ammesse al sacerdozio cristiano, né gli infedeli alle cerimonie liturgiche. Tranne che non si pretenda di usare il culto divino come un’occasione per promuovere il femminismo e non si cerchi di trasformare la santa liturgia in uno spazio consacrato al relativismo e all’indifferentismo religioso. Tranne che ci si industrii per convertire la Santa Messa in una volgare rappresentazione dell’umanitarismo miserabilista e demagogico, attraverso un’indegna operazione di comunicazione destinata al sistema mediatico planetario, sempre avido di ogni minimo gesto “umanista” e “progressista” di Francesco… La Santa Cena del Signore non è stata celebrata nella Basilica di San Pietro, né nella cattedrale di San Giovanni in Laterano, in presenza del clero e dei fedeli romani e dei pellegrini venienti dal mondo intero per assistere ai riti della Settimana Santa; NO, è stata celebrata niente meno che in un carcere, luogo totalmente sconveniente per un’azione liturgica, e in presenza di una maggioranza di non cattolici, con una cerimonia riservata, inaccessibile ai fedeli… E come per caso, questo gesto insolito di rottura della tradizione liturgica ha avuto luogo il giorno in cui la Chiesa celebra solennemente l’istituzione, da parte di Nostro Signore Gesù Cristo, della Santa Eucarestia e del Sacerdozio … Visitare i prigionieri è certo un’azione molto lodevole, visto che è un’opera di misericordia. Invece, servirsi di essa come pretesto per sminuire il culto divino celebrando la Missa in Coena Domini in un carcere, senza clero né fedeli, senza predica sull’istituzione dell’Eucarestia e del sacerdozio cristiano da parte di Nostro Signore, invitando degli infedeli a partecipare alla cerimonia, è cosa parecchio distante da un’azione lodevole: si tratta, molto semplicemente, di un sacrilegio. I fedeli non c’erano, ma i fotografi e la televisione sì, e le immagini hanno fatto il giro del mondo. Pare che l’operazione sia perfettamente riuscita.

10. Il 28 agosto, Francesco ha ricevuto nella Basilica di San Pietro un gruppo di 500 giovani pellegrini della diocesi di Piacenza. Alla fine del suo discorso ha detto: «E vi chiedo di pregare per me, perché questo lavoro è un lavoro “insalubre”, non fa bene…». Ora, la missione di Pastore universale delle anime, di Vicario di Nostro Signore Gesù Cristo in terra per “pascere le pecorelle” (Gv. 21, 17) e per “confermare i suoi fratelli nella Fede” (Lc. 22, 32), per Francesco non è altro che un lavoro, e per di più insalubre… Non si era mai sentito un papa esprimersi con questi termini, nei quali la volgarità e il ridicolo concorrono alla manifesta desacralizzazione del ministero petrino.

Papa Francesco a Lampedusa.
Papa Francesco a Lampedusa.

11. Come la prima lettera ufficiale di Francesco non ha avuto come destinatari i cattolici, ma gli Ebrei di Roma, così il suo primo viaggio ufficiale ha avuto come beneficiarii persone di un’altra religione, con un trasferimento altamente simbolico ed estremamente mediatico, con aspetti manifestamente ideologici. L’8 giugno, infatti, ha deciso di recarsi a Lampedusa, in memoria degli immigrati clandestini musulmani annegati nel tentativo di raggiungere l’isola italiana dall’Africa, nel corso degli ultimi quindici anni. E questo nello stesso momento in cui l’Europa, interamente scristianizzata, constata come l’Islam diventi in modo irrefrenabile la religione preponderante, specialmente grazie all’immigrazione di massa dei musulmani provenienti dall’Africa.

L'abbraccio tra papa Francesco e Antonio Spadaro.
L’abbraccio tra papa Francesco e Antonio Spadaro.

12. Nell’intervista concessa alle riviste culturali gesuite, condotta da Padre Antonio Spadaro s. j., direttore de La Civiltà Cattolica, nel mese di agosto, e pubblicata ne L’Osservatore Romano del 21 settembre, Francesco espresse un punto di vista totalmente innovatore circa la natura della virtù teologale della Fede, affermando che il dubbio e l’incertezza dovrebbero far parte di essa, pena lo scadere nell’“arroganza”, l’incontrare un Dio che sarebbe “a nostra misura”, l’avere di Lui una visione “statica e involutiva”, il tendere in modo esagerato alla “sicurezza dottrinale”… Ora, si potrebbe pensare che qui si tratti, come spesso accade, di un’ennesima citazione strumentale, a carattere tendenzioso, con frasi avulse dal contesto, ecco quindi le dichiarazioni incriminate: «Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. […] Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è dunque la volontà di esplicitare troppo, di dire con certezza umana e arroganza: “Dio è qui”. Troveremmo solamente un dio a nostra misura. […] Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante.» Francesco ribadì la stessa idea nel suo Messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali, del 23 gennaio 2014, nel quale ha sostenuto che «Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute». Si noterà la flagrante contradictio in terminis dell’ultima frase, tale che è giocoforza constatare che con tali principii si firma, né più né meno, la sentenza di morte della Fede, naufragando nei più manifesti abissi del soggettivismo e del relativismo modernisti.

13. Nella sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (§§ 247-249), pubblicata il 24 novembre 2013, Francesco afferma che la Vecchia Alleanza «non è mai stata revocata», che l’attuale giudaismo talmudico, strutturato in opposizione a Cristo e alla missione evangelizzatrice della Chiesa, non deve considerarsi come «una religione estranea», né deve dirsi che gli Ebrei sono chiamati a «convertirsi al vero Dio», visto che «Crediamo insieme con loro nell’unico Dio che agisce nella storia e accogliamo con loro la comune Parola rivelata». Disgraziatamente per Francesco, il vero cristiano sa benissimo che questi suoi insegnamenti sono falsi e che possono provenire solo dal padre della menzogna, egli infatti ha sempre appreso che «Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.» (1 Gv. 2, 23); e che «ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio.» (1 Gv. 4, 2-3). E Francesco prosegue nelle sue affermazioni insensate, in totale rottura col magistero e con la tradizione unanime di venti secoli della Chiesa, dicendo: «Dio continua ad operare nel popolo dell’Antica Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina. Per questo anche la Chiesa si arricchisce quando raccoglie i valori dell’Ebraismo. […] esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica e aiutarci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola». Ora, la Parola di Dio è identica al Verbo di Dio, alla seconda Persona della Santissima Trinità che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv. 1, 14), di cui è detto anche che «Venne fra la sua gente,
 ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv. 1, 11): i “suoi” sono gli Ebrei i quali, nella grande maggioranza, hanno rigettato Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la Parola di Dio fatta carne.  Osare affermare, contro l’insegnamento esplicito della Sacra Scrittura, che «accogliamo con loro la comune Parola rivelata» e che «tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina», presuppone o un’ignoranza crassa o una malafede diabolica. In ogni caso, siamo al cospetto di un problema serio, se mi si passa l’eufemismo… Io confesso che non posso impedirmi di chiedermi: arriverà forse il momento in cui si proibirà ai fedeli di pregare per la conversione degli Ebrei, considerandolo come un atto di “intolleranza religiosa”, “discriminatorio” e “antisemita”? Vedremo il giorno in cui si imporrà coattivamente la nuova teologia conciliare allo scopo di permetterci di “arricchirci” accogliendo «i valori dell’Ebraismo» (di cui parla Francesco: di quello attuale, falso, talmudico e anti-cristiano)? Saremo quindi obbligati ad adottare l’esegesi giudaica per poter «leggere insieme i testi della Bibbia» e «sviscerare le ricchezze» contenute nelle Scritture? Fin dove ci porterà la follia scatenata dalla Nostra Aetate? Non bisogna essere profeti per predire che, se la logica interna di questo documento rivoluzionario sarà spinta fino alla sue ultime conseguenze (e in termini umani è difficile immaginare un esito diverso), si arriverà ineluttabilmente all’apostasia generalizzata, mentre i fedeli, debitamente assuefatti in questi decenni, da lupi spietati travestiti da agnelli, a questa mutazione radicale della Fede, che è l’impostura dell’ecumenismo “giudeo-cristiano”, si troveranno pronti ad accogliere il “messia” agognato dalla Sinagoga, il quale non è altri che l’Anticristo, come ci avverte chiaramente Nostro Signore profetizzando al cospetto dei Giudei increduli del suo tempo: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste.» (Gv. 5, 43). In queste parole profetiche di Nostro Signore, insieme con quelle in 2 Tessalonicesi, 2, e in Apocalisse, 13, vi è la chiave interpretativa dei tempi storici nei quali ci è dato vivere.

paqpa-francesco-repubblica14. In un’intervista rilasciata al giornalista Eugenio Scalfari, il 24 settembre in Vaticano, e pubblicata il 1 ottobre sul quotidiano di sinistra La Repubblica, Francesco espresse delle dichiarazioni sconcertanti. È bene precisare che questa intervista venne pubblicata sul sito ufficiale della Santa Sede, il che le ha conferito un rango magisteriale. Essa venne ritirata dopo un mese e mezzo, a causa delle incessanti polemiche e delle numerose proteste che aveva suscitato negli ambienti cattolici conservatori. Tuttavia, l’intervista dev’essere considerata come «affidabile nelle sue linee generali», come ha assicurato Padre Federico Lombardi, responsabile della Sala Stampa della Santa Sede. Inoltre, essa venne pubblicata integralmente dal quotidiano vaticano, L’Osservatore Romano, nell’edizione settimanale dell’8 ottobre. Senza le dette polemiche e proteste, l’intervista sarebbe ancora sul sito del Vaticano, tra i documenti ufficiali del nuovo pontificato… Dopo averne delineato il contesto, vediamone alcuni passi: «I più gravi dei mali che affliggono il mondo in questi anni sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi». Di fronte ad una simile affermazione, è inevitabile chiedersi:  Anche più gravi della legalizzazione della pornografia e dell’aborto, del divorzio e della contraccezione, del “matrimonio” omosessuale e dell’adozione “omoparentale”? Più gravi dell’apostasia delle nazioni un tempo cattoliche, della scuola senza Dio, della “cultura” di massa edonista e dell’ignoranza religiosa quasi assoluta della gioventù? E subito dopo, al giornalista che pensa che Francesco potrebbe tentare di convertirlo, egli risponde rassicurandolo e usando delle espressioni inverosimili: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. […] Mi pare d’aver già detto prima che il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore.» Affermazioni di questo tenore potrebbero essere sottoscritte senza esitazione da un massone, da un “libero-pensatore”, da un filosofo “umanista”… Non a caso Scalfari, riferendosi alle dichiarazioni di Francesco, ha potuto affermare che «mai prima d’ora la cattedra di San Pietro aveva dimostrato una così grande apertura nei confronti della cultura moderna e laica, una così profonda visione riguardo alla coscienza e alla sua autonomia». Ma ecco un’altra dichiarazione bergogliana:  «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene… E qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce.» Questo non è altro che puro naturalismo, relativismo morale e indifferentismo religioso! E pensare che eravamo convinti, certo un po’ ingenuamente, che il compito principale dei chierici consistesse nell’annunciare agli uomini la salvezza di Gesù Cristo! Ma torniamo serii: ogni credente mediamente istruito si accorge immediatamente che la dottrina cattolica si situa agli antipodi di queste inaudite e scandalose parole uscite dalla bocca di uno che occupa il trono di San Pietro… In esse si colgono due delle proposizioni condannate solennemente da Pio IX nel suo Syllabus de 1864: «Le leggi dei costumi non abbisognano della sanzione divina, né è necessario che le leggi umane siano conformi al diritto di natura, o ricevano da Dio la forza di obbligare.» (n° 56). «La scienza delle cose filosofiche e dei costumi, ed anche le leggi civili possono e debbono prescindere dall’autorità divina ed ecclesiastica.» (n° 57). Passiamo ora all’ultima sparata di Francesco:  «E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. (…) Osservo dal canto mio che Dio è luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve e una scintilla di quella luce divina è dentro ciascuno di noi. (…) [Però] La trascendenza resta perché quella luce, tutta in tutti, trascende l’universo e le specie che in quella fase lo popolano.» Francesco fa sua la posizione teologica del suo amico e mentore, il cardinale gesuita Carlo Maria Martini, da lui citato elogiativamente due volte in questa conversazione con Scalfari, posizione che Martini, ecclesiastico progressista e massone, riconosciuto come tale dal Grande Oriente d’Italia, esprime nel suo ultimo libro pubblicato nel 2008: Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, dove dice: «non si può rendere Dio, cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni stabilite da noi.» Le parole costernanti di Francesco esimono da ulteriori commenti: esse corrispondono più ad una gnosi naturalista e panteista alla Teilhard de Chardin (Altro gesuita! San Ignazio di Loyola si starà rivoltando nella tomba…) che a quello che ci insegnano la Rivelazione divina e il Magistero della Chiesa sulla natura di Dio, la creazione e l’ordine soprannaturale.

15. Nel corso di un’omelia pronunciata venerdì 20 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta, in Vaticano, Francesco diede ad intendere che la Santissima Vergine Maria avrebbe provato sentimenti di ribellione ai piedi della Croce, che sarebbe stata colta all’improvviso dalla Passione del suo divino Figlio, che avrebbe creduto che le promesse formulate dall’Arcangelo Gabriele il giorno dell’Annunciazione fossero solo menzogne e che quindi sarebbe stata ingannata. Cito le sue parole: «Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! “Tu, quel giorno – questo è quello che abbiamo letto – mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che regnerà per sempre e adesso lo vedo lì!”. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: “Bugie! Sono stata ingannata!”». Queste parole sono semplicemente scandalose. La tradizione non ha mai attribuito a Maria sentimenti di rivolta davanti alla sua sofferenza. La sua costante disposizione fu quella assunta il giorno dell’Annunciazione: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto.» (Lc. 1, 38). La Chiesa venera Maria come Regina dei Martiri, cosa che non sarebbe possibile se Lei non avesse acconsentito a realizzare l’infinito sacrificio che le chiedeva Iddio: dare la vita al Suo divino Figlio in vista della salvazione dell’umanità decaduta; sacrificio di cui era pienamente cosciente fin dalla profezia che le aveva annunciato Simeone il giorno della Presentazione al Tempio del Bambino Gesù: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima.» (Lc. 2, 35). Come spiega Sant’Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, nella sua opera Le glorie di Maria: «Quanto più amava Gesù, tanto più la sua sofferenza si accresceva nel considerare che doveva perderlo per una morte così crudele. Quanto più si approssimava il tempo della Passione di suo Figlio, tanto più la spada del dolore, predetta da Simeone, straziava il suo cuore di madre.» (Parte seconda, Primo Dolore). E ancora «(…) Maria, che per amore nostro accettò di vederlo sacrificato alla giustizia divina dalla barbarie degli uomini. Gli spaventosi tormenti che Maria patì, tormenti che le costarono più di mille morti (…) Contempliamo per alcuni istanti l’amarezza di questa pena, che fece della Divina Madre la Regina dei Martiri, dato che il suo martirio supera quello di tutti i Martiri (…) Come la Passione di Gesù iniziò con la sua nascita, secondo San Bernardo, così Maria, in tutto simile al suo divino Figlio, subì il martirio per tutta la vita.» (Parte seconda, Discorso XI). Nessun segno di ribellione, né di ignoranza, in Maria, ma una completa sottomissione alla volontà divina e una totale consapevolezza, nel suo atto libero e volontario di consenso all’immolazione del suo divino Figlio per la salvezza degli uomini. Come Eva fu intimamente associata alla caduta di Adamo, così Maria, nuova Eva, fu intrinsecamente associata al sacrificio redentore di Gesù, nuovo Adamo, sull’altare della Croce. È questa la dottrina tradizionale della Santa Chiesa di Dio, in conformità con la Rivelazione divina e agli antipodi delle parole empie e blasfeme proferite da chi occupa la cattedra di San Pietro.

Papa Francesco con il presidente dell'Uruguay, José Mujica, ateo, marxista e massone. Il papa lo ha definito "un uomo saggio".
Papa Francesco con il presidente dell’Uruguay, José Mujica, ateo, marxista e massone. Il papa lo ha definito “un uomo saggio”.
  1. Sabato 1 giugno, Francesco ricevette José Mujica, Presidente dell’Uruguay, in una lunga udienza privata. Dopo di che, dichiarò alla stampa di sentirsi «molto felice per aver potuto discutere con un uomo saggio.» Quest’uomo “saggio”’ era un membro dei Tupamaros, una delle principali organizzazioni terroristiche latino-americane degli anni ’60-‘70, la cui attività criminale era iniziata molto tempo prima del colpo di stato militare del 1973. Egli trascorse 15 anni in carcere per omicidio, sequestro di persona e terrorismo. Fu rilasciato nel 1985, “amnistiato” dal governo di Julio Sanguinetti. Mujica ha rifiutato di partecipare alla cerimonia di inaugurazione del nuovo pontificato, in forza del suo ateismo militante. Va notato che il suo governo, nell’ottobre 2010, ha approvato la legge che autorizza l’aborto; nell’aprile 2013 quella sul “matrimonio” omosessuale e sull’adozione “omo-parentale”; e nel dicembre 2013 quella sulla legalizzazione della coltivazione, della vendita e del consumo di marijuana. Che un uomo di Chiesa possa ricevere in un’udienza pubblica un simile individuo, possa farsi fotografare sorridente al suo fianco e mentre lo abbraccia, possa imbastire per la stampa un acceso elogio di lui: è cosa che supera l’immaginabile. Soprattutto se si considera che quest’“uomo di Chiesa” è né più né meno colui che agli occhi del mondo passa per il successore di San Pietro…
A cover pope.
A cover pope.

17. Come conseguenza di tutti questi gesti politicamente molto corretti e mediaticamente irresistibili, Francesco è stato eletto “uomo dell’anno” dall’edizione italiana della rivista Vanity Fair. Altrettanto ha fatto la rivista statunitense Time, tre giorni dopo, dedicandogli la copertina col titolo “Il Papa del popolo”. Sul nuovo Papa, Vanity Fair ha interpellato diverse celebrità, tutte affascinate dalla sua umiltà e dal suo carisma. Così, per esempio, il famoso cantate sodomita “Sir” Elton John dichiara che «Francesco è un miracolo di umiltà in un’epoca dominata dalla vanità. Sperò che saprà fare arrivare il suo messaggio fin alle persone più emarginate della società, penso per esempio agli omosessuali. Questo Papa sembra voler riportare la Chiesa agli antichi valori di Cristo, conducendola al tempo stesso nel XXI secolo.» Un’altra “celebrità” di fama mondiale, il sarto pederasta tedesco Karl Lagerfeld, da parte sua ha detto che: «il nuovo papa mi piace, ha un non so che di divino, con un grande senso dell’humor», ma ha poi aggiunto di non avere bisogno «della Chiesa» e di non credere «né al peccato né all’Inferno». Tempo dopo, a dicembre, la rivista Time lo ha eletto anch’essa “uomo dell’anno 2013”, facendo seguito allo stesso titolo attribuito al militante pro-aborto e pro-matrimonio gay, Barack Obama. Nello stesso mese di dicembre, la nota rivista della comunità omosessuale statunitense, The Advocate, gli ha conferito anch’essa il titolo di “persona dell’anno 2013”, spiegando ai suoi lettori che le dichiarazioni di Francesco sono «le più favorevoli che un pontefice abbia mai pronunciato nei confronti dei gay e delle lesbiche» e che grazie a lui «i cattolici LGBT hanno ora fondate speranze che sia giunto il tempo propizio per cambiare». A Francesco è stata dedicata anche la copertina della famosissima rivista pop statunitense Rolling Stone, del mese di febbraio, col titolo Pope Francis : The times they are a-changin’ (Papa Francesco: I tempi stanno cambiando), che riprende il titolo della leggendaria canzone contestatrice di Bob Dylan degli anni ’60, per applicarlo all’azione di Francesco nel suo primo anno di pontificato. Time, Vanity Fair, The Advocate, Rolling Stone: parliamo di quattro delle pubblicazioni emblematiche della cultura sovversiva, libertaria e decadente che prevale nel mondo occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale. Esse fanno di Francesco il loro “eroe” del “progresso”, la loro “icona” del “cambiamento”, e vedono in lui l’incarnazione dell’apertura mentale verso la “modernità”, lanciandosi in lodi ditirambiche verso la sua persona. «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
 Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.» (Lc. 6, 26). A niente serve negare la realtà, per difficile che sia guardarla in faccia: qui siamo al cospetto di qualcosa che non ha precedenti nella storia della Chiesa e che non può che turbare profondamente l’animo dei fedeli. In questi tempi diabolici, ove la confusione regna sovrana nella stragrande maggioranza delle anime, non deve perdersi di vista che per quanto riguarda i nostri rapporti col mondo, che «giace sotto il potere del maligno» (I Gv. 5, 19), il nostro Divino Maestro chi ha avvertiti esplicitamente: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.» (Gv. 15, 18-19). Sono scoraggiato per vedermi obbligato in coscienza a scrivere questo. Rattristato al massimo. Stordito, a dire la verità. Come vorrei che le cose fossero diverse! Potermi fidare e lasciarmi guidare. Mi fa orrore l’opposizione all’autorità, la disputa, il conflitto: è un’attitudine aliena alla mia natura. Ogni giorno imploro il Signore perché voglia abbreviare questo stato di cose così doloroso, umanamente insopportabile. Ma nell’attesa che Egli si degni di intervenire, trovo impossibile rimanere in silenzio. Anche se vorrei farlo. Più di quanto si possa immaginare. Ma sinceramente non posso: mi vergognerei di me stesso. L’ora è grave. La confusione impera. Il male è radicato. Stare zitti significa diventare complici. Ciò che è giuoco è vitale: si tratta né più né meno che di conservare la Fede. E di continuare a professarla pubblicamente. All’interno della Chiesa e fuori da essa. Essere testimonii della Verità di fronte ai nostri contemporanei, in preda all’errore e alla menzogna divenuta sistema. Istituzionalizzati. Occorre rendere testimonianza «in ogni occasione opportuna e non opportuna», ci esorta San Paolo (II Tm. 4, 2). Come si sa, testimone, in greco, si dice martire. Questa è la nostra situazione. Forse in senso letterale non è così nei nostri paesi, ma lo è spesso quasi dovunque in senso figurato.

Saluto tutti fraternamente nel Signore. Voglia Egli illuminare il nostro cammino terreno con la sua chiarezza divina, e guidare i nostri passi verso la gloria del suo Regno venturo.

Maràn athà – Vieni, Signore Gesù! (Ap. 22, 20).

2 febbraio 2014 – Solennità della Presentazione del Bambino Gesù al Tempio e della Purificazione della Santissima Vergine Maria

© UNAVOX 2014

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