Il papa e il digiuno eucaristico: la disciplina e i farisei di oggi. Alcune puntualizzazioni

Un “mattutino” particolarmente contundente, lanciato dalla Domus Sanctae Martae nei giorni scorsi, ha suscitato grande scalpore. Il dilemma è tra l’uso della ragione illuminata dalla retta Fede o la vaghezza di un linguaggio affascinante e coinvolgente, sentimentale e soggettivista, centrato sull’uomo e sulla “nuova consapevolezza” della Chiesa, fondata sul personalismo e non più sulla Rivelazione. Un linguaggio non definitorio per scelta perché solo rimanendo in bilico sul dire e non dire si possono veicolare alcune interpretazioni piuttosto che altre [1]. Dopo la citazione delle parole del papa da Zenit, i commenti che seguono sono una sintesi degli interventi dei lettori.

“Pio XII ci liberò da quella croce tanto pesante che era il digiuno eucaristico”. “Alcuni di voi forse ricordano… Non si poteva neppure bere un goccio d’acqua. Neppure! E per lavarsi i denti, si doveva fare in modo che l’acqua non venisse ingoiata. Ma io stesso da ragazzo sono andato a confessarmi di aver fatto la comunione, perché credevo che un goccio d’acqua fosse andato dentro”. E quando Pio XII cambiò la disciplina, più di qualcuno esclamò: “Ah, eresia! No! Ha toccato la disciplina della Chiesa!”. “Tanti farisei si sono scandalizzati. Tanti”, rammenta Bergoglio, perché Pio XII “aveva fatto come Gesù: ha visto il bisogno della gente…” …Invece tanti ancora a dire: “La disciplina della Chiesa”,“la nostra disciplina”. Un atteggiamento proprio da dottori della legge, sottolinea il Santo Padre, “rigidi nella pelle, ma, come Gesù gli dice, ‘putrefatti nel cuore’, deboli, deboli fino alla putredine. Tenebrosi nel cuore”. Bisogna fare attenzione allora, perché “anche la nostra vita può diventare così”.

Il nuovo farisaismo secondo Bergoglio

Non posso sorvolare sul “cuore putrefatto” attribuito a chi difende la disciplina della Chiesa, perché mostra di non considerare – ce lo ricorda Josh nell’articolata riflessione che segue – che il problema dei farisei non era essere attaccati alle discipline, ma di averne inventate altre diverse da quelle loro comandate: “Invano mi rendono un culto che è un precetto di uomini”; Gesù nei Vangeli cita Isaia, non per condannare la disciplina sacra, ma la falsificazione della dottrina; solo dopo viene la condanna anche dell’ipocrisia, dedicata però a chi guarda alla decima dell’aneto e del cumino, come dire minime formalità, ma tralascia il cuore dell’insegnamento e le essenze. Gesù stigmatizza infatti la “loro” disciplina, quella dei farisei. Non quella cristiana cattolica, che è stato Lui a darci. E chi l’ha detto che non c’è il coinvolgimento di cuore e anima nella dottrina cattolica? E chi può chiamare la retta dottrina “farisaismo”? Con che coraggio sconfessare ciò per cui Cristo è morto?

Le interpretazioni farisaiche differivano dalla fonte viva e vera

I farisei non erano rigidi nella pelle, o nella dottrina. Anzi, credevano più alle proprie personali glosse che alla Parola di Dio, (e qui invece qualcuno dovrebbe fare molta attenzione), scambiavano cioè le personali interpretazioni, aggiunte, interpolazioni con la fonte viva e vera, diventando se stessi l’Iddio delle proprie convinzioni; sempre è stata questa l’accusa al farisaismo rispetto a dottrina e S. Scritture. Poi certo c’è anche la questione ipocrisia-sepolcri imbiancati, che vale nel senso di apparentemente fedeli di fuori, ma col cuore pieno di orrori. Che non è detto che sia la condizione di tutti i fedeli o di quelli che amano la Tradizione in particolare, che non si credono ‘giusti’, ma peccatori come tutti che, però, si sforzano di riconoscere e vincere il male a partire da se stessi, non senza l’aiuto della grazia, di cui è la Chiesa ad essere dispensatrice nel suo munus sanctificandi.

I farisei di oggi sono coloro che mantengono il peccatore nella schiavitù del proprio peccato

Entrambe le chiavi di lettura sono fuorvianti quando il papa vuole applicarle ai vescovi che gli si oppongono dottrinalmente al sinodo, o ai cattolici fedeli attaccati alla Tradizione. Puntuali, gli echi dalla stampa lo confermano. Ecco Repubblica: “Ma con espressioni altrettanto ferme e decise nell’omelia pronunciata nella Messa alla Domus Santa Marta ha stigmatizzato quei “pastori” che si trincerano dietro “rigidità dottrinali” eccessive ed ipocrite “come i farisei al tempo di Gesù”. Un richiamo che non può richiamare alla mente quanti, al recente Sinodo straordinario sulla famiglia, si sono trincerati dietro l’intoccabilità della Tradizione per dire no ad aperture pastorali in materia di sacramenti a divorziati risposati o di accoglienza a nuove forme di convivenza.” Il no all’Eucarestia per i divorziati risposati e agli omosessuali impenitenti non è farisaismo, ma deriva dalle parole di Gesù stesso (la Verità, dunque, non quella “agnostica”, né quella “relativa e non assoluta”) e da S. Paolo. E non dietro questa cortina fumogena di parole e frasi che sembrano offrire la salvezza, ma sono in realtà vuote come le norme e i regolamenti senza la grazia di Cristo. In pratica il papa dà dei farisei ai cattolici fedeli. La fedeltà, la santificazione è diventata farisaismo. Meglio una bella buccia di banana…. I pochi pastori ancora fedeli alla dottrina che ora vengono bersagliati in realtà non stanno imponendo nessun peso, ma ricordano la dottrina di sempre su divorziati risposati e omosessuali (cui è chiesta la castità per esser santi, in vista del Regno). E questa dottrina che è Biblica, Cattolica, Apostolica, riconfermata da Magistero e Tradizione, ora è bersagliata decine di volte come un peso che i pastori impongono ma che loro non muovono nemmeno con un dito. Si tratta di un’inversione della realtà.

Il “giogo soave” di Cristo diventa peso insopportabile di marca farisaica

Inoltre, detto così, cioè: dicono ai divorziati risposati (come da dottrina) di astenersi, e dicono agli omosessuali di astenersi, ma se quel peso loro “non muovono nemmeno con un dito”, sembra intendere che i pastori vivono more uxorio con donne e esercitano l’omosessualità? Al di là di questo tragico lato comico, ciò che è grave moralmente e teologicamente è che ora è bollato come “peso insopportabile” di marca farisaica ciò che è una dottrina santa da sempre! Occorre invece la saldezza del dogma (che non è farisaismo) per non affondare nelle sabbie mobili di questo nuovo magistero liquido; ma il dogma è già stato definito “da musoni senza gioia”, da “specialisti del Logos”, e ora da farisei che impongono pesi troppo duri, addirittura dal “cuore putrefatto”, che non seguono nemmeno loro stessi… E la stessa E.G. condanna chi illustra la dottrina in maniera troppo precisa. Ora si dice sia meglio la …vaghezza! Ma torniamo al dunque: Quali pesi insopportabili? L’obbedienza a Gesù Cristo è ora peso insopportabile di marca farisaica? Ma non era – e non è – il Suo giogo soave? A quale “peso insopportabile” o ‘regola troppo dura’ o ‘dottrina rigorista’ si fa riferimento? Forse all’indissolubilità del matrimonio? Il “peso insopportabile” allora è l’esclusività sessuale matrimoniale, cioè la fedeltà, fondata su Colui che è fedele. O anche la castità. In ogni caso, se quando parla di “pesi insopportabili” intende o l’indissolubilità del matrimonio, o il requisito dell’esclusività sessuale, allora il passo biblico che viene in mente in questo contesto non sarà Mt 23,4 (“Legano infatti pesi opprimenti, difficili a portarsi” che riguarda il farisaismo nella fede), ma piuttosto Mt 19,10, dove leggiamo dello stupore dei discepoli di fronte all’insegnamento di Gesù sul matrimonio: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Cioè un passo dove ci si stupisce di non poter fare a modo proprio, un passo sull’incredulità, un passo in cui scopriamo che Dio, ebbene sì, ci proibisce delle cose. Oggi i santi divieti di Dio invece che verità e giogo soave, ci dicono che sia farisaismo.

Il digiuno eucaristico “croce tanto pesante” (!?)

Un papa, che si esprime in certi termini sul digiuno, ignorando che è un esercizio, innanzitutto penitenziale, per la gloria di Dio, finalizzato anche ad abituarsi alla virtù (averne l’habitus) e sottomettere il corpo all’anima per cercare di rimettere tutto nel giusto ordine! Se non si inizia nelle piccole cose non si potrà certo arrivare neppure nelle grandi ed il digiuno eucaristico, come esercizio è ben poca cosa, ma grandissima in quanto ci si prepara anche nel corpo a ricevere Nostro Signore degnamente. Ricordiamo l’insegnamento di Nostro Signore: chi è fedele nel poco lo è anche nel molto e chi è disonesto nel poco lo è anche nel molto. C’è chi osserva che il bere acqua non ha mai …”rotto” il digiuno e si chiede com’è possibile che il giovane Bergoglio non lo sapesse. E chi afferma di osservare il digiuno eucaristico perché qualche anima pia gli ha insegnato così; ma intuisce anche di sbagliare facendo diversamente, sentirebbe di mancare al S. Sacramento. Non serve un liturgista per capirlo: la fede non vuole semplicemente che il Sacramento si confonda con il cibo qualunque. Così commenta una lettrice: “Mi consta che la riduzione del tempo del digiuno venne fatta da Pio XII non per venire incontro alle esigenze moderne come si legge su internet, o per bastonare larvatamente chi osservava il digiuno, ritenendolo sotto sotto “fariseo” (anzi, mi consta anche che lui stesso era di una sobrietà estrema, e soprattutto durante la guerra volle in qualche modo partecipare alle privazioni del popolo) ma per venire incontro piuttosto ad una popolazione effettivamente indebolita e provata. Questo non fa altro che dimostrare la ragionevolezza e carità che informano sempre i veri Pastori. Veramente vergognoso strumentalizzare la persona di questo santo Papa”. Oltretutto, come ricorda un altro lettore: Pio XII introdusse la Messa vespertina e contestualmente ridusse a tre ore il digiuno eucaristico con la costituzione Christus Dominus del 6 gennaio 1953, ribadendo i provvedimenti con qualche aggiustamento nel motu proprio Sacram Communionem del 19 marzo 1957. Duole che Francesco non sappia queste cose e attribuisca al suo predecessore la volontà di mitigare antiche norme “vessatorie” imposte alla povera gente da una Chiesa troppo rigida. L’esempio di Pio XII dimostra anzi l’esatto contrario di quello che vorrebbe sostenere Francesco: quando una norma sarebbe troppo dura, la Chiesa saggiamente evita di imporla. Introducendo la Messa vespertina Papa Pacelli avrebbe di fatto introdotto l’obbligo di digiuno dalla mezzanotte alle cinque o alle sei di sera del giorno successivo, rendendo più difficile fare la comunione, e quindi abbassò il numero di ore di digiuno eucaristico. Prima di parlare bisognerebbe sempre documentarsi, anche se si è il Papa. Soprattutto se si è il Papa.

Osservazione conclusiva

C’è chi arriva a giustificare il papa con la convinzione che il suo messaggio di misericordia sia rivolto a coloro che risentono della massiccia mancanza di una corretta educazione religiosa e non hanno mai conosciuto il vero Gesù o incontrato il Suo amore e intenda così esprimerglielo senza filtri. Ma la vera Misericordia non sta innanzitutto nella Verità dispensata, all’occorrenza, sia come ‘latte’ che come ‘cibo solido’ e non è mai scissa dalla Giustizia? E il Papa non è solo il “papa dei poveri e delle periferie” è il Papa di tutti: “pasci le mie pecore” (gli apostoli) e “pasci i miei agnelli” (i fedeli). Che poi egli si debba occupare con particolare premura della pecora ferita e di quella smarrita, benissimo. Ma le altre, chi le “conferma”? E coloro che non fanno ancora parte del gregge e che il Signore non lo conoscono? Ciò che sembra incombere è piuttosto l’ONU delle Religioni, con un Soglio petrino sempre più spogliato della sua funzione costitutiva riferita al corpo mistico di Cristo, che è la Sua Chiesa… Inoltre è da più di un anno che sovrabbonda questa comunicazione monocorde e pressappochista – che esige comunque approfondimenti – accompagnata da gesti e metodi dirompenti, arbitrari nella misura in cui sono sganciati dal Magistero (quello infallibile quando veicola la dottrina perenne) dei predecessori e dal diritto ecclesiastico, che sono tra i limiti del potere di un Papa. Una comunicazione che risulta anche monca o deformante di elementi fondanti, come più volte dimostrato. Il Signore provvederà e noi, in Lui, “resisteremo” per quel che c’è da resistere.
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1. Maria Guarini, La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Ed. DEUI, Rieti 2012. pag. 133. – Disponibile a Roma presso la Libreria Leoniana Via dei Corridori, 28, – Telefono: 06 6869113 – Fax 06 683 3854 – e-mail: leoniana@tiscali.it – Oppure può essere richiesto all’autrice maria.guarini@gmail.com

FONTE: chiesaepostconcilio.blogspot.it

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