Il denaro serve anche per il bene

Sarà lo sterco del demonio ma senza l’8 per mille l’attività della Chiesa si bloccherebbe. È anticristiano solo l’uso egoistico della ricchezza.

di Gianfranco Morra (04/03/2015)

Con decisione e perentorietà papa Francesco ha ripreso una espressione che condanna il danaro come «sterco del diavolo». Lo ha fatto mosso non solo dall’amore per i poveri, ma anche dalla preoccupazione per la salvezza delle anime, che il denaro troppo spesso corrompe.

16536224666_b4f913d2d2_cCome quella borsa piena di monete, che gli affreschi medievali mettevano al collo dell’avaro (allora avaritia significava avidità), per mostrare che precipiterà nell’inferno. Cosa giusta e del tutto consona con la tradizione (se non sempre con la prassi) della Chiesa cattolica. Di solito quella frase viene attribuita a Lutero; ma già la troviamo in un padre greco del quarto secolo, Basilio di Cesarea. Ed è, soprattutto, la parola di Cristo: «Non potete servire insieme Dio e il denaro» (Mt 6 24; Lc 16, 3).

La moneta ha sempre due facce: può essere strumento del peccato, ma anche mezzo di carità. Non è un caso che il sistema bancario (Monti di pietà) sia stato istituito nel Quattrocento proprio dalla Chiesa cattolica. Che, per alcuni secoli, aveva proibito il prestito del denaro, tanto che lo esercitavano gli ebrei. Era l’economia curtense dell’Europa medievale. Il grande storico francese Jacques Le Goff ce lo ha fatto capire con una fortunata opera, che l’editore Laterza volle intitolare moralisticamente Lo sterco del diavolo, mentre nell’edizione originale era Le moyen âge et l’argent (2010).

Dopo le crociate, quando questa economia chiusa decadde, mentre nascevano città e traffici, la Chiesa capì che doveva regolamentare il prestito, in modo da renderlo meno esoso. E fu proprio S. Tommaso a darne una giustificazione teologica. Egli, come già Platone e Aristotele, condanna l’usura, ma ammette un compenso per il prestito del danaro, nel caso in cui chi lo concede si privi della possibilità di guadagnare investendo quei soldi che ha prestato. L’usura non è più il prestito, ma l’eccesso dell’interesse.

Le affermazioni perentorie non possono mancare nel discorso religioso, che è sempre (come ha mostrato Charles Morris) «prescrittivo-stimolante». Ma la realtà è più complessa e la religione stessa introdurrà distinzioni e sfumature. Come ha fatto la Chiesa cattolica in tutta la sua storia. Già nel Duecento, mostrando gli eccessi dei movimenti pauperistici e distinguendo, col settimo successore di S. Francesco, San Bonaventura, tra un possesso personale, vietato ai frati, e uno conventuale, necessario per poter esercitare l’assistenza ai poveri.

L’attaccamento al denaro e l’uso egoistico della ricchezza è anticristiano. Rimane tuttavia una verità incontrovertibile: per distribuire ricchezza alle classi povere (beneficienza o welfare) occorre prima produrla, con quel denaro che non è sempre e solo sterco del diavolo. La storia mostra che i miglioramenti delle condizioni di vita dei ceti subalterni sono avvenuti soprattutto nelle nazioni occidentali, in non casuale coincidenza con lo sviluppo dello spirito acquisitivo del capitalismo. A partire dai paesi protestanti, nei quali il guadagno verrà usato largamente da enti e istituzioni private per fini di assistenza (scuole, ospedali, ricoveri).

Occorre dunque guadagnare per aiutare chi ha bisogno, dato che, come Cristo ci ha detto, «i poveri li avrete sempre». Ha detto anche «Guai ai ricchi», ma il vero povero evangelico non è il non-ricco, che odia i ricchi perché vorrebbe avere la loro ricchezza, ma il povero «nello spirito», che si libera della ricchezza per una vita più autentica. Una povertà, dunque, non sociologica, ma volontaria. Una «Chiesa dei poveri», che facesse per loro una «scelta preferenziale», non sarebbe più una Chiesa universale, ma una succursale delle utopie comuniste. Come nel Sud-America con la «teologia della liberazione».

L’attivismo lavorativo e accumulativo dell’Occidente non è in contrasto col Vangelo, quando si traduce in uso del danaro anche per fini di benessere generale. Mentre quelle utopie populiste, che combattono il denaro, conducono sempre ad una miseria diffusa. Con tutti i limiti e i pericoli che il guadagno comporta, esso è necessario per l’assistenza. Profitto e solidarietà sono interdipendenti. Papa Francesco lo sa bene: come potrebbe il Vaticano mantenere i preti senza l’otto per mille? e aiutare i poveri senza le sue ricche banche? Questo denaro non è sterco del diavolo.

Ricordo che nel 1987, in un dibattito a Bologna, l’economista Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, riprese, col suo consueto sorriso, questa frase: «Il denaro è lo sterco del diavolo». E il card. Biffi, arcivescovo di Bologna, aggiunse: «È vero, ma può servire a concimare i campi di Dio». Avevano ragione entrambi, ma Biffi era più completo, in quanto mostrava che quello sterco del diavolo può essere utilizzato anche per fini di bene comune.

Fonte: italiaoggi.it

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