Quando mons. Livi aveva previsto l’arrivo delle “cavalcolate”…

Mons. Antonio Livi lasciò l’Isola di Patmos qualche mese fa, pur essendone uno dei fondatori. I motivi della sua decisione li spiegò in una lettera aperta che noi abbiamo deciso di pubblicare anche nel nostro blog.

Fermandoci un attimo agli ultimi fatti che hanno sconvolto non pochi lettori dai quali abbiamo ricevuto molte e-mails con le quali ci chiedono spiegazioni o aggiornamenti, vogliamo offrire una sola risposta che, a nostro parere, aiuta a capire la situazione.

Naturalmente ci riferiamo agli ultimi articoli di Padre Cavalcoli O.P (vedi qui) e di Padre Ariel S. Levi di Gualdo, in alcuni “botta e risposta” con il più credibile Corrado Gnerre, direttore dell’ottimo Settimanale di Padre Pio (vedi qui), i quali Padri (ai quali non ritiriamo l’affetto e la Preghiera) hanno preso di sorpresa molti lettori, disorientandoli e confondendoli, avvelenando già la situazione che di per se è davvero pestilenziale.

Le domande più generali che ci hanno rivolto sono:

  • ma che cosa sta accadendo? è vero che i due padri sostengono che le encicliche non sono vincolanti per i fedeli?
  • è vero che hanno affermato che l’Humanae Vitae o la Familiaris Consortio non sono vincolanti? ed altre ancora sullo stesso tenore.

Noi non siamo autoreferenziali e come risposta per tutti riportiamo la Lettera aperta che mons. Livi scrisse dall’Isola di Patmos in tempi non sospetti, tempi in cui tutti noi credevamo di essere in perfetta sintonia con le “lectio magistralis” spedite dall’isola nell’orbe cibernetico. Leggetela attentamente perchè in quel “lontano” febbraio 2015 mons. Livi aveva descritto esattamente non solo cosa stava accadendo, ma dove sarebbero approdati i due padri. Buona riflessione.


 

«Perché mi accomiato dall’Isola»

Lettera aperta di mons. Antonio Livi

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Stimatissimi e carissimi confratelli Giovanni e Ariel,

vi scrivo, con preghiera di pubblicare questa mia sulla vostra splendida rivista telematica (alla quale ho collaborato agli inizi con tanto entusiasmo), allo scopo di consentire ai vostri innumerevoli lettori di conoscere i veri motivi per cui non ritengo di poter continuare a collaborare con voi in questa sede.

Anche dopo aver manifestato a più riprese il mio dissenso e il mio disagio per la linea editoriale che l’Isola di Patmos aveva assunto negli ultimi tempi, ho visto tale linea sistematicamente confermata e le mie ragioni non comprese o comunque non accettate.

L’Isola di Patmos non può più essere, per me, lo strumento con il quale ritenevo di poter svolgere coerentemente il mio impegno di ri-orientamento dell’opinione pubblica cattolica in questo momento storico.

I criteri di questo mio impegno sono esposti nel documento programmatico dell’Unione apostolica Fides et ratio per la difesa scientifica della verità cattolica, che voi, cari confratelli, ben conoscete.

Tali criteri esigono la costante vigilanza sul linguaggio, senza la quale si finisce per confondere ancora di più l’opinione pubblica cattolica. A questo risultato, per me negativo, si è giunti con gli ultimi vostri articoli, a causa della non accurata e costante distinzione tra:

  1. la verità divina, ossia quella rivelata da Dio stesso nella Storia della salvezza (la divina rivelazione, proposta infallibilmente dalla Chiesa) e la verità umana, ossia quella che l’uomo può raggiungere con le sue risorse naturali (esperienza, scienza, testimonianza).
  2. la dottrina della Chiesa, che nel suo nucleo essenziale è il dogma (il quale evolve in modo omogeneo lungo la storia ed esige da parte dei credenti una fede assoluta e incondizionata) e le sue molteplici interpretazioni e applicazioni (che costituiscono la teologia e la pastorale), il cui valore aletico è sempre ipotetico e relativo.
  3. le interpretazioni legittime, che sono tutte quelle che il magistero della Chiesa non ha dichiarate incompatibili con la verità rivelata (anche se la critica teologica può considerarle scientificamente inconsistenti e quindi materialmente erronee), e le interpretazioni illegittime, ossia quelle che sono state condannate dalla Chiesa e quindi vanno considerate, da parte dell’opinione pubblica cattolica, come vere e proprie eresie da respingere senza indulgenze o compromessi.
  4. La qualità teologica di una dottrina, più o meno accettabile o criticabile in relazione con la verità dogmatica, e la qualità morale di una singola persona in relazione con la sua condotta privata o con gli orientamenti politici del gruppo di appartenenza.

Oggi, nella pubblicistica teologica, soprattutto se animata da intenti apologetici o polemici, tali distinzioni non vengono mai prese nella dovuta considerazione, anche perché l’ideologia del modernismo è riuscita a imporre surrettiziamente in ogni ambiente cattolico, persino tra i “tradizionalisti”, il fideismo teologico, e con esso il pregiudizio anti-metafisico e il disprezzo della logica.

Invece di ricorrere all’argomentazione rigorosamente teologica, che sempre deve orientare i fedeli ai “documenti” della fede, si ricorre alla retorica, per esaltare o denigrare le persone singole o i gruppi.

Invece di confermare a ogni passo la sostanziale razionalità della “fides qua ereditar’ e le premesse razionali della “fides quae credi tur” si fa appello al sentimento, al senso religioso, al senso di appartenenza, alla “ricerca di senso”, alla cosiddetta «esperienza di fede» (che semanticamente è un ossimoro, e teologicamente è uno dei capisaldi del modernismo).

Invece di ricordare che la vera e unica missione della Chiesa è di portare la salvezza di Cristo a ogni singola persona di ogni luogo e di ogni momento storico, si vaneggia di “progresso” o di “conservazione” in riferimento alla dialettica storica, nell’ambito della quale il “Regno” non è più «in mezzo a noi e dentro di noi» ma altrove, nel passato o nel futuro impersonale.

Contro la deriva fideistica, che è la morte della teologia dogmatica, io ho sempre lottato come ho potuto, ma finora non ho mai visto alcun cambiamento positivo nella pubblicistica teologica, sostenuta peraltro dalla “sudditanza piscologica” che gran parte dell’episcopato mondiale ha nei confronti dei teologi di ispirazione rahneriana.

Capirete il mio disappunto nel ritrovare tracce di questa mentalità anche negli ultimi articoli apparsi sull’Isola di Patmos a firma di don Ariel e di padre Cavalcoli.

Si tratta, beninteso, di scritti per tanti versi condivisibili e a anche (per quanto riguarda padre Cavalcoli) davvero magistrali, ma orientano l’opinione pubblica cattolica in una direzione opposta a quella che io da sempre mi prefiggo, in quanto non rispettano i miei criteri di rigore teologico e di responsabilità pastorale nei confronti del lettori.

Per questo – non certamente per altri futili o inconfessabili motivi – mi accomiato dall‘Isola.

Faccio riferimento, molto brevemente, all’ultimo articolo di don Ariel, dove le nozioni – necessariamente distinte e da distinguere – di “rivelazione divina”‘, di “tradizione apostolica”, di “magistero ecclesiastico”, di “formule dogmatiche” e di “teologia ecclesiale” (che, ripeto, va intesa rigorosamente come mera ipotesi di interpretazione scientifica del dogma) e infine di “atto di fede” (come adesione libera e consapevole alla fede della Chiesa) sono tutte indistintamente mescolate assieme e inserite in un quadro storicistico, dove persino le formule dogmatiche dei concili ecumenici (ad esempio il Filioque) vengono legate a interessi politici del momento.

Io non ritengo che la fede del popolo di Dio possa essere incrementata dal rilevamento (ovvio) di commistioni di potere o ideologiche negli atti di magistero della Chiesa: deve essere incrementata piuttosto dal ribadire che questi atti – nel loro contenuto dottrinale – sono garantiti dallo Spirito di Cristo stesso, perché è Cristo in persona. Lui che è l’unico nostro Maestro, colui al quale crediamo tramite il magistero della Chiesa.

Sempre nell’articolo cui mi riferisco, don Ariel Levi esalta giustamente la «teologia in ginocchio», ma senza ricordare che questa espressione è stata usata da papa Bergoglio per esaltare l’opera teologica di Walter Kasper (che a me non pare né pia né ortodossa) ed è usata dai modernisti per denigrare la tradizione teologica classica, che annovera veri e propri mistici canonizzati come tali (sant’Agostino, sant’Anselmo d’Aosta, san Bonaventura, san Tommaso d’Aquino).

Come se non bastasse, l’amico don Ariel – che dice di apprezzare il mio trattato su Vera e falsa teologia – di fatto lo squalifica totalmente con la sua assurda polemica contro la “metafisica astratta”, incapace di comprendere la storia (ma la storia è il divenire, e la metafisica studia appunto il divenire degli enti nella loro concretezza esistenziale, riportando il loro essere partecipato alla sua Causa prima, che è l’Essere non-diveniente).

Faccio riferimento, infine, anche all’articolo di padre Cavalcoli. In esso il mio stimato confratello e amico sostiene la causa nobilissima della “pace nella Chiesa”, ma per fare ciò stabilisce una suggestiva (dal punto di vista retorico) simmetria tra gli errori dei modernisti e quelli dei “lefebvriani”.

Ora, tale pretesa simmetria può servire a giustificare il fatto che l’Isola si sia dedicata ultimamente a criticare aspramente, oltre ogni misura, soltanto i cosiddetti “tradizionalisti” (omologandone alcuni ai “lefebvriani”): ma non serve affatto a dare rigore scientifico, in senso propriamente teologico, all’argomentazione pastorale.

Infatti, i “lefebvriani” non  costituiscono, teologicamente parlando, una categoria comparabile a quella dei modernisti. Ossia, mentre il modernismo è – formalmente come dottrina – un’eresia (anzi, il «coacervo di tutte le eresie», ebbe a dire san Pio X), che la Chiesa ha individuato all’inizio del Novecento e, dopo averle dato questo specifico nome, ha condannato con un documento dottrinale avente valore dogmatico (l’enciclica Pascendi dominici gregis), nulla di tutto ciò è avvenuto con la Fraternità di San Po X, il suo fondatore e i suoi seguaci.

La Chiesa, ai tempi di papa Paolo VI, ha comminato delle gravissime pene canoniche alla persona di mons. Marcel Lefebvre, colpevole di aver consacrato dei vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede e di aver dato luogo, così, a un vero e proprio scisma. Ma né il papa dell’epoca né quelli che gli sono succeduti, fino a Benedetto XVI che ha tentato in vari modi di far “rientrare” lo scisma, hanno promulgato dei documenti nei quali si individua una dottrina eretica cui si debba dare il nome di “lefrebvismo”.

Certo, un teologo può rinvenire nei discorsi e nelle iniziative ecclesiastiche di mons. Marcel Lefebvre una dottrina incompatibile con il dogma dell’infallibilità del magistero, sia quando formula dei dogmi che quando si esprime con un magistero solenne e universale, come è stato per il Vaticano II, che mons. Marcel Lefebvre (il quale pure aveva partecipato ai lavori del Concilio e ne aveva firmato i documenti finali) aveva in alcuni punti ritenuto in contraddizione con la Tradizione, ossia con l’insegnamento del magistero precedente.

Ma questa legittima considerazione teologica non autorizza porre l’ipotetico contenuto ereticale dell’ideologia di questi tradizionalisti sullo stesso piano delle eresie formalmente condannate dalla Chiesa, perché ciò genera inevitabilmente una gravissima confusione dottrinale. Tra le eresie o dottrine erronee formalmente condannate dalla Chiesa (facilmente riscontrabili nell’Enchiridion del Denzinger e anche in documenti del magistero recente, come l’enciclica Fides et ratio di san Giovanni Paolo II) non mi risulta esserci il “lefebvrismo” o qualcosa di analogo.

Padre Cavalcoli (come chiunque altro, me compreso) ha tutto il diritto e il dovere pastorale di mettere in guardia i fedeli dal dare credito a posizioni dottrinali che sembrano negare la validità delle «riforme nella continuità dell’unico soggetto Chiesa»: ma finché tali posizioni non si configurano, non come mera mancanza di rispetto e di obbedienza ma come una vera e propria dottrina, e finché tale dottrina non è formalmente dichiarata eretica dalla Chiesa, non la si può equiparare – per esigenze di simmetria retorica – al modernismo.

La critica teologica resta un legittimo e anche opportuno giudizio personale che necessariamente va presentato con il   suo intrinseco carattere di mera ipotesi (carattere che compete a ogni tesi teologica che aggiunga qualcosa a ciò che è dogma) e quindi non si può presentare come verità di fede senza disorientare i fedeli.

Se in merito a queste distinzioni che taluni (come lo stesso padre Ariel, continuano a ritenere sottigliezze astratte non meritevoli di considerazione), mi dissocio persino da un eminente teologo come padre Cavalcoli è perché il trascurarle rende meno efficace, a mio avviso, la sua benemerita opera di chiarificazione dottrinale e di pacificazione all’interno della comunità dei credenti.

Io ho  cercato invano di indurre i miei venerati confratelli dell’Isola di Patmos a non insistere ulteriormente con questa condanna indiscriminata di tanti cattolici, ecclesiastici e laici, che non si adeguano al “concilio dei media” o addirittura nemmeno, in certi casi, al “concilio dei Padri”.

Invano ho chiesto ai miei confratelli di salvare posizioni dottrinali di singoli teologi i quali criticano (legittimamente, almeno fino a che non incorrono in eresia o in formale disobbedienza) l’opportunità di alcuni provvedimenti disciplinari (per esempio in campo liturgico) o alcune indicazioni pastorali (per esempio in campo di rapporti ecumenici istituzionali oppure in campo politico-religioso).

Il mio criterio, espresso anche in articoli sull’Isola di Patmos, era di distinguere nei fatti tra la doverosa denuncia di ciò che è evidentemente contrario alla fede della Chiesa alla legittima critica (rispettosa delle persone) di legittime opinioni diverse dalle nostre. Questo criterio non è accettato, e io lo applico dissociandomi dall’Isola di Patmos mentre allo stesso tempo confermo la mia amicizia affettuosa per i miei illustri confratelli e il mio doveroso rispetto per la linea editoriale che con loro la rivista ha assunto: la considero pienamente legittima, ma non posso accettare che i lettori pensino che sia anche la mia.

Io soffro per la confusione dottrinale che affligge la Chiesa ai nostri giorni, e ne vedo la causa soprattutto nello strapotere ideologico dei modernisti, la cui insistente polemica contro il dogma ha portato interi episcopati a contestare ufficialmente la dottrina vera del Vaticano II (quella delle costituzioni dogmatiche Sacrosanctum concilium, Dei Verbum e Lumen gentium e quella del decreto Presbyterorum Ordinis), cosi come hanno dichiarato “superata” o addirittura “perniciosa” la dottrina dei papi che hanno governato la Chiesa nel post-concilio: papa Paolo VI con la Sacerdotalis coelibatus e la Humanae vitae, papa Giovanni Paolo II con la Familiaris consortio e con il decreto dogmatico circa l’inammissibilità del conferimento del sacramento dell’Ordine alle donne).

Mi sembra doveroso dedicare i miei interventi soprattutto ad arginare il disorientamento che tali prese di posizioni, anarchiche ed ereticali, hanno prodotto in seno al popolo di Dio, ricordano a tutti che cosa tutti debbono credere per la salvezza (i dogmi della fede, che non sono stati ancora contraddetti o aboliti e mai lo saranno, quali che siano le opinioni teologiche dominanti) e a che cosa tutti debbono obbedire (le norme canoniche riguardanti le istituzioni ecclesiastiche e l’amministrazione dei sacramenti).

21 febbraio 2015

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4 thoughts on “Quando mons. Livi aveva previsto l’arrivo delle “cavalcolate”…

  1. Io non so come la pensiate ma ritengo bellissima e piena di carità sacerdotale la lettera aperta di padre Livi. E’ bellissima anche nei nostri confronti di lettori. Grazie per questa sensibilità ad aiutarci in questo oceano di confusioni.
    Ho letto anche la risposta del dott. Gnerre a padre Cavalcoli e che vi consiglio a tutti di leggere.
    Era già successo in passato con l’eresia ariana che i laici dovettero sostenere la perseveranza nella dotta dottrina di quel tempo, anche oggi sembrano i laici e pochi sacerdoti come Livi a dover sostenere la buona battaglia contro non certo le persone, ma le eresie che vengono imposte con il megafono che urla: noi siamo i teologi e voi laici dovete stare zitti.

    http://www.riscossacristiana.it/risposte-alla-risposta-di-padre-cavalcoli-di-corrado-gnerre/

    Mi piace

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