Chiesa sinodale. Ma a decidere tutto sarà il papa

La parola “comunione” nemmeno c’è, nel testo approvato dal sinodo che riguarda i divorziati risposati. Ma in pratica ciascuno fa già come vuole. Lo spirito vale più della lettera, dice Francesco.

di Sandro Magister (27-10-2015)

Il punto di svolta è stato il terzo rapporto del circolo di lingua tedesca, diramato la sera di martedì 20 ottobre. Interi suoi blocchi sono entrati nel documento conclusivo del sinodo in almeno tre punti cruciali: teoria del “gender”, Humanae vitae e comunione ai divorziati risposati:
> Relazione del circolo minore di lingua tedesca
> Relazione finale del sinodo dei vescovi

Il rapporto del “Germanicus” iniziava però con una nota di biasimo per “le dichiarazioni pubbliche di alcuni padri sinodali”.

Pope Francis: Holy Mass for the conclusion of the Synod of Bishops.Richiesto di dire a chi la nota si riferisse, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e personalità di spicco del circolo, ha additato il colpevole nel cardinale australiano George Pell e in quanto da lui dichiarato al quotidiano di Parigi, Le Figaro.

In effetti Pell aveva detto di assistere in sinodo “alla terza battaglia teologica tra due teologi tedeschi e dunque due visioni simbolo, quella di Kasper e quella di Ratzinger”, uno scontro che “dura da parecchio, ma spero che presto questa stagione si chiuda e da questo sinodo emerga la chiarezza”.

Verissimo. Perché i due principali punti di scontro di questo sinodo sono stati e continuano ad essere proprio le due questioni capitali su cui si sono scontrati nell’arco di trent’anni Walter Kasper e Joseph Ratzinger: la comunione ai divorziati-risposati e il rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali.

CHIESA UNIVERSALE E CHIESE LOCALI

Riguardo alla seconda questione, Kasper sosteneva la simultaneità originaria della Chiesa universale e delle Chiese particolari e vedeva all’opera in Ratzinger “un tentativo di restaurazione teologica del centralismo romano”. Mentre Ratzinger rimproverava a Kasper di ridurre la Chiesa a una costruzione sociologica, mettendo in pericolo l’unità della Chiesa e in particolare il ministero del papa: > Le Chiese locali e la Chiesa universale

La disputa tra i due era iniziata nel 1983, culminò con la pubblicazione nel 1992 di una lettera della congregazione per la dottrina della fede di cui Ratzinger era prefetto, dal titolo Communionis notio, ed è proseguita fino al 2001, con un ultimo scambio di stoccate sulla rivista dei gesuiti di New York, America.

Ma divenuto papa, Ratzinger è tornato a ribadire la sua tesi nell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente del 2012:

«La Chiesa universale è una realtà preliminare alle Chiese particolari, che nascono nella e dalla Chiesa universale. Questa verità riflette fedelmente la dottrina cattolica e particolarmente quella del Concilio Vaticano II. Introduce alla comprensione della dimensione gerarchica della comunione ecclesiale e permette alla diversità ricca e legittima delle Chiese particolari di articolarsi sempre nell’unità, luogo nel quale i doni particolari diventano un’autentica ricchezza per l’universalità della Chiesa».

Oggi invece papa Francesco auspica, nell’Evangelii gaudium, che le conferenze episcopali diventino “soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale”, poiché “un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria”.

Pope Francis leads a mass for the 14th Ordinary General Assembly of the SynodE in pieno sinodo, lo scorso 17 ottobre, ha ribadito “la necessità di una salutare decentralizzazione”, cioè l’affidamento agli episcopati nazionali “del discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nel loro territori”.

La disputa è tutt’altro che astratta, se si bada a ciò che ha detto la scorsa primavera il cardinale Marx, numero uno dei vescovi di Germania: “Non siamo una filiale di Roma. Ogni conferenza episcopale è responsabile della cura pastorale nel proprio contesto culturale e deve predicare il Vangelo nel proprio modo originale. Non possiamo aspettare che un sinodo ci dica come dobbiamo modellare qui la cura pastorale del matrimonio e della famiglia”. Il sinodo ora c’è stato, ma in Germania – e non solo – già da tempo si fa ciò che si vuole, a proposito della comunione ai divorziati risposati.

E siamo all’altro punto dello storico scontro tra Kasper e Ratzinger.

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI-RISPOSATI

Nei primi anni Novanta, Kasper, all’epoca vescovo di Rottenburg, assieme ai vescovi di Magonza Karl Lehmann e di Friburgo Oskar Saier, sfidò il divieto di Roma di dare la comunione ai divorziati risposati, formulato da ultimo nell’esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II del 1981. Il botta e risposta con Ratzinger ebbe fine nel 1994, con una lettera a tutti i vescovi del mondo della congregazione per la dottrina della fede di cui era prefetto, che ribadiva il divieto. E per un paio di decenni Kasper tacque sull’argomento.

Ma da quando Jorge Mario Bergoglio è papa, l’ultraottantenne cardinale è tornato in prima linea a riproporre le sue tesi, questa volta con l’iniziale sostegno del nuovo successore di Pietro, che nel febbraio del 2014 diede proprio a lui l’incarico di dettare la linea ai cardinali riuniti in concistoro, in vista del doppio sinodo sulla famiglia. E per una citazione inappropriata di Ratzinger fatta da Kasper in quella sua relazione, il confronto tra i due ha avuto l’anno scorso questo inatteso seguito: > Nel sinodo sulla famiglia anche il papa emerito prende la parola (3.12.2014)

Le reazioni di cardinali e vescovi contro le tesi di Kasper furono però tali e tante da stupire anche papa Francesco, che in effetti da un certo punto in poi sembrò distanziarsi da lui un poco: > Borsino del sinodo. Giù Kasper, su Caffarra (20.3.2015)

E ancor più massicce si sono palesate le opposizioni nel sinodo di questo mese d’ottobre, al punto da indurre lo stesso Kasper a ritirare le sue proposte e a ripiegare su una soluzione minima, l’unica che riteneva ancora presentabile in aula con speranze di successo.

Curiosità della sorte: tale soluzione minima era proprio un’ipotesi affacciata più volte da Ratzinger, prima da cardinale in un saggio del 1998 e poi da papa con la ripubblicazione nel 2011 dello stesso saggio: > La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità

Ratzinger muoveva da un caso esemplare: quello di chi è in coscienza convinto che il suo matrimonio celebrato in chiesa è nullo ma trova preclusa la via di una sentenza canonica che lo definisca tale.

In casi come questo, scriveva, «non sembra in linea di principio esclusa l’applicazione della epikeia in foro interno». E così proseguiva:

«Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri invece ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitrii e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio».

Ebbene, nel circolo tedesco, nell’ultima settimana del sinodo, ci si è attestati all’unanimità proprio su quest’ultima ipotesi a suo tempo prospettata da Ratzinger come caso di studio: quella di affidare al “foro interno”, cioè al confessore assieme al penitente, il “discernimento” dei casi in cui consentire “l’accesso ai sacramenti”. E nel “Germanicus” oltre a Kasper c’erano i cardinali Marx e Christoph Schönborn, più altri novatori. Ma c’era anche Gerhard Müller, quest’ultimo attuale prefetto della congregazione per la dottrina della fede e ratzingeriano di ferro.

Quando però la soluzione “tedesca” è entrata nel documento finale – che a sua volta sostituiva una precedente bozza travolta dalle critiche – ed è andata in aula alla prova del voto, per riuscire ad essere approvata ha dovuto ulteriormente sfumare il suo linguaggio, fino a svuotarlo di novità. E così “l’accesso ai sacramenti” si è stemperato in generica “possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa”. Nel testo alla fine approvato, nei paragrafi sui divorziati-risposati, non compare neanche una volta la parola “comunione”, né alcun termine equivalente. Nulla di nuovo, insomma, rispetto al divieto vigente, se almeno si sta alla lettera del testo.

TRA TEORIA E PRATICA

Ma anche qui tra la teoria e la pratica corre una grande distanza. Il “foro interno” è una via già battuta in numerosi casi da divorziati risposati che prendono la comunione con  – o più spesso senza – l’assenso del confessore.

Ma c’è anche chi va decisamente oltre. E teorizza una piena libertà di comportamento in questo campo.

Basilio Petrà, presidente dei teologi moralisti italiani e autore di riferimento de La Civiltà Cattolica, ha messo nero su bianco che “le cose sono cambiate” già da quando il cardinale Kasper si espresse nel concistoro del febbraio 2014 a favore della comunione ai divorziati risposati. Da allora – ha scritto Petrà sulla rivista Il Regno – “il magistero ha di fatto collocato nell’area del dubbio” ciò che fino ad allora era un divieto indiscutibile.

Con la conseguenza che ora “un confessore può serenamente assolvere e ammettere alla comunione i divorziati-risposati”, senza nemmeno aspettare il permesso del suo vescovo, che “non è necessario”.

CHE COSA DIRÀ FRANCESCO

Sul terreno pratico, in questo campo, l’unica sostanziale novità intervenuta ultimamente è extrasinodale. È la riforma dei processi di nullità matrimoniale decretata da Francesco lo scorso settembre, che entrerà in vigore il prossimo l’8 dicembre.

Nei propositi del papa e dei canonisti che l’hanno approntata, tale riforma vuole moltiplicare da migliaia a milioni le sentenze di nullità, con processi agevoli, rapidi, gratuiti. Ma il metterla in opera correttamente appare impresa titanica, alla quale la Chiesa cattolica sembra oggi largamente impreparata. A meno di affidare subito ogni giudizio al vescovo del luogo e ai suoi delegati, in un tripudio di improvvisazione: > Vietato chiamarlo divorzio. Ma quanto gli somiglia

Pope Francis closing mass for the 14th Ordinary Assembly of the Synod of Bishops.Tra qualche mese uscirà inoltre l’esortazione con la quale Francesco metterà a frutto i lavori del sinodo.

Ogni decisione spetta a lui, e a lui soltanto, perché un sinodo ha un compito esclusivamente consultivo e propositivo. E non è detto che il papa debba attenersi alla Relatio finalis che gli è stata consegnata.

Padre Adolfo Nicolás Pachón, preposito generale della Compagnia di Gesù, che conosce bene Bergoglio e che è stato incluso dal papa nella commissione incaricata di redigere la Relatio, ha avvertito: “In commissione l’idea era di preparare un documento che lasciasse le porte aperte, perché il papa potesse entrare e uscire, fare come crede. È un documento che lascia le mani libere a Francesco”.

In ogni caso Francesco non scriverà la parola “fine”. Con i due sinodi ha messo in moto un processo che lui per primo non vuole fermare.

Ha detto a Crux il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York: «A me sembra che per Francesco questo è parte della spiritualità ignaziana: il disordine, la confusione, le questioni aperte sono una buona cosa. Spesso il nostro desiderio di qualcosa di ordinato, di prevedibile, di ben strutturato può essere un ostacolo al lavoro della grazia. Lui sembra convinto di questo».

E poi vale sempre, oggi più che mai, quel primato ermeneutico dello “spirito” sulla “lettera” che ha già dato controversa prova di sé nell’infinita disputa postconciliare e che papa Francesco, nel discorso con cui ha concluso il sinodo, ha tenuto a ricordare ai «cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa»:

«Cari confratelli, l’esperienza del sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera, ma lo spirito; non le idee, ma l’uomo; non le formule, ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono».


Pell, Napier, Sarah, Chaput… I dodici eletti al nuovo consiglio sinodale

Quella sulla Relatio finalis non è stata l’unica votazione che ha impegnato i 270 padri sinodali, perché prima di questa, giovedì 22 ottobre, essi hanno anche votato per eleggere i dodici loro rappresentanti nel consiglio che affiancherà la segreteria del sinodo fino alla prossima assise ordinaria. Il precedente consiglio sinodale ordinario era in vita dal 2012. E quindi questo è il primo che nasce durante il pontificato di Francesco. Ai dodici eletti il papa ne aggiungerà altri tre di sua scelta. E solo allora i nomi dei quindici saranno resi noti ufficialmente, senza distinguere tra quelli eletti e quelli di nomina papale.

Ma intanto ecco i nomi dei dodici già votati, tre per continente, con l’Asia e l’Oceania unite:

AFRICA

– Cardinale Robert Sarah, prefetto della congregazione per il culto divino, guineano;
– Cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, Sudafrica;
– Mathieu Madega Lebouakehan, vescovo di Mouila, Gabon.

AMERICHE

– Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Stati Uniti;
– Cardinale Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, canadese;
– Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, Honduras.

ASIA e OCEANIA

– Cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’economia, australiano;
– Cardinale Luis Antonio G. Tagle, arcivescovo di Manila, Filippine;
– Cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay, India.

EUROPA

– Cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, Austria;
– Cardinale Vincent G. Nichols, arcivescovo di Westminster, Regno Unito;
– Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, Italia.

Al termine di ogni sinodo ordinario, queste votazioni sono sempre state lette come un eccellente indicatore degli orientamenti della gerarchia mondiale. Ogni padre sinodale può votare un solo nome per volta e la votazione avviene per continente.

Il primo scrutinio – nel quale non capita praticamente mai che uno ottenga la metà più uno dei voti necessaria per l’elezione – consente di individuare i dieci nomi più votati, sui quali si procede con un secondo e definitivo scrutinio, da cui escono eletti i tre con il maggior numero di voti.

Nelle votazioni di questo 22 ottobre il più votato in assoluto è stato un non cardinale: l’arcivescovo di Philadelphia Chaput.

Ma anche i cardinali Sarah e Pell hanno raccolto massicci consensi. Assieme a Napier, anche lui eletto, erano fra i tredici firmatari della lettera consegnata a papa Francesco all’inizio del sinodo. Segno che il grosso dei padri sinodali non ha dato minimamente retta alla campagna di discredito orchestrata contro di loro – già prima che la lettera divenisse di dominio pubblico – dal circuito giornalistico-ecclesiastico che ha radici a Casa Santa Marta. E senza contare che anche Chaput, Madega Lebouakehan e il cardinale Ouellet, pur senza aver firmato la lettera dei tredici, appartengono allo loro stessa linea.

Una curiosità. Forte è entrato nella terna degli eletti per l’Europa grazie alla dispersione dei voti tra gli altri italiani. Infatti, i voti sommati dei cardinali Carlo Caffarra e Angelo Scola erano parecchi di più di quelli di Forte.

Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it

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