La vera rivoluzione di Francesco è a colpi di nomine

Negli Stati Uniti e in Italia le svolte più clamorose. Con nuovi vescovi e nuovi cardinali in “stile Bergoglio”. In Belgio, la rivincita di Danneels su Ratzinger. Il trionfo del club di San Gallo.

La verdadera revolución de Francisco se realiza a golpe de nombramientos

La véritable révolution de François se fait à coups de nominations

The Real Francis Revolution Marches to the Beat of Appointments

di Sandro Magister (14-11-2015)

Molto più che riformare la curia e le finanze vaticane (alle quali egli si applica più per obbligo che per passione, senza un piano d’insieme e puntando su uomini e donne troppo spesso sbagliati) è ormai chiaro che papa Francesco vuole rivoluzionare il collegio dei vescovi. E lo fa in modo sistematico.

Francesco sceglie i vescovi secondo i propri “standard”.

I due discorsi che egli ha rivolto questo autunno ai vescovi degli Stati Uniti e dell’Italia vanno sicuramente annoverati tra quelli che più distinguono il suo pontificato rispetto ai predecessori.

Se c’erano infatti due episcopati nazionali, forti ciascuno di oltre duecento uomini, che più di tutti mettevano in pratica gli orientamenti di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, questi erano proprio lo statunitense e l’italiano.

Entrambi hanno avuto dei leader notevoli: il cardinale Francis George negli Stati Uniti e il cardinale Camillo Ruini in Italia. Ma mentre nel primo caso attorno a George era cresciuta una forte squadra di cardinali e vescovi omogenei nella visione e nell’azione, nel secondo caso no.

E infatti, con Ruini già uscito di scena, c’è voluto pochissimo perché Francesco annichilisse la conferenza episcopale italiana, per poi cominciare a rifarla “ex novo”. Mentre lo stesso non è avvenuto negli Stati Uniti, come si è visto nel sinodo dello scorso ottobre, dove proprio i delegati a stelle e strisce sono stati il nerbo della resistenza ai novatori, assieme agli africani e agli europei dell’est.

I DUE DISCORSI DI WASHINGTON E FIRENZE

“Non è mia intenzione tracciare un programma o delineare una strategia”, ha detto papa Jorge Mario Bergoglio ai vescovi degli Stati Uniti radunati nella cattedrale di Washington, lo scorso 23 settembre: > “Carissimi fratelli nell’episcopato…”

E nemmeno ha voluto dettare una precisa agenda ai vescovi italiani che lo ascoltavano a Firenze, dove erano riuniti gli stati generali della Chiesa italiana, lo scorso 10 novembre: > Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù

Ma non c’è dubbio che nell’uno e nell’altro caso papa Francesco abbia ordinato a entrambi gli episcopati di cambiare direzione di marcia.

Più letterariamente elaborato il discorso di Washington. Più colloquiale quello di Firenze. Tutti e due però inequivocabili nell’esigere dai vescovi una svolta nel linguaggio, nello stile, nell’azione pastorale.

Ha detto Francesco ai vescovi degli Stati Uniti:

“Guai a noi se facciamo della croce un vessillo di lotte mondane, dimenticando che la condizione della vittoria duratura è lasciarsi trafiggere e svuotare di sé stessi”.

“Non ci è lecito lasciarci paralizzare dalla paura, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze”.

“Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del pastore, non ha diritto di cittadinanza nel suo cuore e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente”.

E ai vescovi italiani:

“Non dobbiamo essere ossessionati dal potere, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa”.

“Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza”.

“Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti”.

“Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti”.

Queste ultime parole sono tratte di peso dalla Evangelii gaudium, il documento che lo stesso Francesco ha definito “programmatico” per il suo pontificato e che ha ingiunto alla Chiesa italiana di “approfondire in modo sinodale” nei prossimi anni e a tutti i livelli: “in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione”.

Con in più il monito di resistere all’antica e mai estinta eresia del pelagianesimo:

“Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera. La dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo”.

Inutile dire che, ascoltando questa reprimenda, il pensiero dei vescovi presenti è andato non solo al combattuto sinodo dello scorso ottobre e al documento pontificio che ne tirerà le somme, ma anche – in negativo – alla stagione di Ruini e a quello che fu il suo “progetto culturale”.

Mentre invece a Washington il papa non ha mancato di richiamare – in positivo – la stagione della leadership progressista esercitata sui vescovi americani negli anni Settanta e Ottanta dal cardinale Joseph Bernardin con la sua celebre parola d’ordine, ripetuta tal quale da Francesco, del “seamless garment”, della “tunica senza cuciture”, cioè dell’impegno senza distinzioni – anche qui con le parole di Francesco – per “le vittime innocenti dell’aborto, i bambini che muoiono di fame o sotto le bombe, gli immigrati che annegano alla ricerca di un domani, gli anziani o i malati dei quali si vorrebbe far a meno, le vittime del terrorismo, delle guerre, della violenza e del narcotraffico, l’ambiente devastato da una predatoria relazione dell’uomo con la natura”.

LE NOMINE NEGLI STATI UNITI

Il cardinale Bernardin era arcivescovo di Chicago. Anche il cardinale George lo è stato dopo di lui. E ora lo è da un anno Blase Cupich, l’uomo che Francesco ha promosso a sorpresa a questa sede cruciale come futuro leader di un episcopato statunitense allineato al nuovo corso: > Diario Vaticano / I retroscena della nomina di Chicago

Cupich, a giudizio di molti, non era all’altezza dei predecessori. E neppure era popolare tra gli altri vescovi, a giudicare dai pochi voti da lui raccolti nelle elezioni del 2014 per la presidenza e la vicepresidenza della conferenza episcopale. Ma la sua promozione a Chicago fu caldamente raccomandata a Francesco dai due cardinali americani della minoranza “liberal” e “moderate”, Theodor McCarrick e Donald Wuerl, l’uno dopo l’altro arcivescovi di Washington.

Di McCarrick si ricorda l’opera di occultamento da lui compiuta nel 2004 della lettera scritta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger ai vescovi americani per ammonirli a non dare la comunione ai politici cattolici pro-aborto, lettera poi però resa pubblica da www.chiesa> Caso Kerry. Ciò che Ratzinger voleva dai vescovi americani

Mentre riguardo a Wuerl è fresco il ricordo della sua pugnace presenza nel sinodo dello scorso ottobre, lì chiamato non perché eletto dai vescovi suoi connazionali ma – al pari di Cupich – per nomina diretta di Francesco, che l’ha anche incluso nella commissione incaricata di scrivere il documento finale. Forte di questa posizione, Wuerl ha attaccato pubblicamente i tredici cardinali firmatari della lettera consegnata al papa all’inizio del sinodo, tra i quali l’arcivescovo di New York, Timothy Dolan. > Cardinal Wuerl Calls Out Pope’s Opponents

I quattro delegati eletti per il sinodo dai vescovi degli Stati Uniti erano tutti della corrente maggioritaria, d’impronta wojtyliana e ratzingeriana. Mentre i primi due non eletti erano l’arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone, anche lui di quella corrente, e Cupich. Ma Francesco, nel scegliere i 45 padri sinodali di sua nomina, ha scartato il primo e ripescato il secondo. E ne ha aggiunto un altro della stessa risma di Cupich, il semisconosciuto vescovo di Youngstown George V. Murry, gesuita.

Altre due nomine salutate calorosamente dai cattolici “liberal” americani come conformi allo “stile di Francesco” sono state quelle del nuovo arcivescovo di Santa Fe John Charles Wester e più ancora del nuovo vescovo di San Diego Robert W. McElroy.

Ed è prevedibile, dopo il discorso a Washington del 23 settembre, che questo ricambio avviato da Francesco nell’episcopato degli Stati Uniti proseguirà con velocità accelerata.

È curioso, però, che quando c’è da nominare i titolari di diocesi con seri problemi amministrativi o giudiziari, la scelta del papa sia più pragmatica. A Kansas City, dopo la rinuncia del vescovo Robert Finn per accuse di inazione riguardo a un caso di abuso sessuale, la nomina è caduta su James Johnston, wojtyliano di ferro ma di comprovata capacità di governo. E qualcosa di simile sembra si prepari per la nomina a Saint Paul e Minneapolis del successore dell’arcivescovo John Nienstedt, costretto alle dimissioni per accuse ancor più pesanti.

Una verifica importante degli attuali equilibri tra i vescovi degli Stati Uniti saranno nei prossimi giorni le votazioni per il rinnovo dei capi delle commissioni della conferenza episcopale, nelle quali entreranno in lizza tra gli altri i neopromossi Wester e McElroy, entrambi sfidati da vescovi di indirizzo opposto: > USCCB elections present clear choices

IN ITALIA

Il primo e decisivo colpo inferto da Francesco alla conferenza episcopale italiana d’impronta ruiniana è stato, alla fine del 2013, la cacciata dell’allora segretario generale Mariano Crociata, esiliato nella periferica diocesi di Latina, e la nomina a nuovo segretario di Nunzio Galantino, cioè del meno votato di tutti nella lunga lista dei candidati segnalati al papa dal consiglio permanente della CEI.

Ma “gli ultimi i saranno i primi”. E infatti da lì in avanti Galantino si è mosso con poteri assoluti e incontrastati, forte della sua prossimità a papa Francesco, eclissando del tutto il presidente della CEI tuttora in carica, il cardinale Angelo Bagnasco.

È seguita una sequenza di nomine fatte o mancate che sta dando corpo alla svolta. Tra quelle recenti che hanno riguardato diocesi di primaria importanza vanno segnalate a Padova la nomina del parroco Claudio Cipolla, a Palermo quella di un altro parroco, Corrado Lorefice, e a Bologna quella di Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma.

Su Lorefice e Zuppi e sulla loro vera o presunta affiliazione alla cosiddetta “scuola di Bologna”, la corrente storiografica che ha imposto nel mondo una lettura del Concilio Vaticano II in termini di “rottura” e “nuovo inizio” nella storia della Chiesa, si veda questo post di Settimo Cielo> A Bologna e Palermo due nuovi arcivescovi. Della stessa “scuola”?

Ma si può aggiungere che Bergoglio conosceva Zuppi di persona, da anni. Come membro di spicco della Comunità di Sant’Egidio, Zuppi si era recato più volte a Buenos Aires per portare degli aiuti. E mai trascurava di far visita all’allora arcivescovo della capitale argentina.

Quanto alle nomine mancate, esse riguardano soprattutto il collegio cardinalizio, dove il papa ha premiato, invece che le tradizionali sedi di Torino o Venezia, quelle meno titolate di Perugia, Agrigento e Ancona.

Ad Ancona, il neopromosso Edoardo Menichelli è molto legato al cardinale Achille Silvestrini, di cui è stato segretario particolare. E Silvestrini ha fatto parte di quel club di cardinali progressisti che periodicamente si riunivano in Svizzera a San Gallo per discutere sul futuro della Chiesa, e che nei due conclavi di questo secolo hanno prima osteggiato l’elezione di Ratzinger e poi appoggiato l’elezione di Bergoglio. Un club in cui hanno figurato i cardinali Walter Kasper, Karl Lehmann, Carlo Maria Martini, Basil Hume, Cormac Murphy-O’Connor e Godfried Danneels.

E NEL RESTO DEL MONDO

L’ultraprogressista Danneels, 82 anni, arcivescovo emerito di Mechelen-Brussel, è tra i prediletti di papa Francesco, che l’ha messo in cima sia nel 2014 che nel 2015 alla lista dei padri sinodali nominati da lui personalmente, lasciando invece a casa l’arcivescovo in carica della capitale belga, il conservatore André Léonard.

Non ha turbato Bergoglio nemmeno il discredito caduto su Danneels per come nel 2010 tentò di coprire le malefatte sessuali dell’allora vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe, con vittima un suo giovane nipote: > Belgium cardinal tried to keep abuse victim quiet

Ma c’è di più. Lo scorso 6 novembre papa Francesco ha nominato nuovo arcivescovo di Mechelen-Brussel Jozef De Kesel, già ausiliare di Danneels e suo protetto.

Già nel 2010 Danneels voleva De Kesel come proprio successore. Ma Benedetto XVI lo impedì e nominò Léonard, scelto da lui personalmente. Col risultato che l’allora nunzio in Belgio, il tedesco Karl-Joseph Rauber, lasciò la carica e denunciò la mancata promozione del candidato di Danneels e suo in un’intervista a Il Regno che era un attacco frontale a Ratzinger: > “De bello germanico”. Ex nunzio tedesco vuota il sacco contro Benedetto XVI

Ma neppure questo comportamento così poco consono al ruolo di un nunzio ha turbato papa Bergoglio, che anzi, non solo non ha fatto cardinale Léonard, ma lo scorso febbraio ha premiato con la porpora proprio Rauber, perché “distintosi nel servizio alla Santa Sede e alla Chiesa”.

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Altri particolari su Danneels e sul club anti-Ratzinger e pro-Bergoglio di San Gallo, da lui stesso definito “una mafia”: > Cardinal Danneels Admits to Being Part of ‘Mafia’ Club Opposed to Benedict XVI

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Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it

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