La Misericordia non è un’invenzione di Francesco

I soliti “venditori ambulanti” – con tutto il rispetto per chi lo fa di mestiere e per vivere – scrivono i loro titoloni, eccone uno: “Il sostegno a sorpresa del Papa emerito alla linea indicata da Francesco”.

È appena uscita stamani l’intervista inedita a Benedetto XVI – vedi qui – e per alcuni titoli di giornale è già scoop per aver detto: “Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio…”.

A leggere integralmente il passaggio dal quale viene estrapolata la frase che riguarda papa Francesco, non c’è affatto alcuno scoop ed anzi, sarebbe grave e gravissimo se il suo successore non avesse a cuore il concetto della Misericordia che Benedetto XVI riporta dal Diario di Santa Faustina Kowalska e non dal magistero di Bergoglio.

La frase intera dice infatti:

“Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia…”.

È importante infatti leggere da dove parte il pensiero di Benedetto XVI, dice:

“Per me è un segno dei tempi il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante, a partire da suor Faustina, le cui visioni in vario modo riflettono in profondità l’immagine di Dio propria dell’uomo di oggi e il suo desiderio della bontà divina. Papa Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male…”.

Chi ha avuto la pazienza di leggere i tanti editoriali che abbiamo inserito, superando così il mal digerito titolo di questo Blog, dovrebbe aver compreso che il problema di questo pontificato non è ciò che dice sulla Misericordia e pure sull’Anno straordinario che stiamo vivendo dedicato a questa arte misericordiosa di Dio, ma ciò che spesso Bergoglio non dice a riguardo della conversione e per rendere efficace la grazia di questa Misericordia.

La linea pastorale di Bergoglio sulla quale tutti ci troviamo d’accordo è proprio quella di cui si parla da anni, almeno da quando c’è stata la canonizzazione di suor Faustina Kowalska con la Festa della Divina Misericordia, laddove Benedetto XVI sottolinea che: “Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza…“.

I soliti “venditori ambulanti” – con tutto il rispetto per chi lo fa di mestiere e per vivere – scrivono i loro titoloni, eccone uno: “Il sostegno a sorpresa del Papa emerito alla linea indicata da Francesco…”.

Innanzi tutto il “sostegno” non è affatto alla “linea indicata da Papa Francesco”, Benedetto XVI dice semmai che “la pratica pastorale” di Francesco si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio….”, quindi il soggetto (o l’oggetto se preferite) non è la “pastorale di Papa Francesco” ma è la Misericordia di Dio rivelata per i nostri tempi da Santa Faustina Kowalska, ed è su questa linea che si muove anche Bergoglio.

In un secondo aspetto si passa da dall’enfasi alla contraddizione. Si parte dall’inedito del nuovo libro (libro? è solo una intervista) nel quale Benedetto XVI parla per la prima volta della linea pastorale del suo successore, ecco le parole del giornalista: “Arriva senza clamori ma è una prima assoluta: mai il Papa emerito aveva parlato del successore entrando nel merito della sua predicazione, stavolta invece lo fa. E lo fa in appoggio alla linea di Francesco, lodandone l’impegno sul tema della «misericordia».”

Salvo poi, appunto ridimensionare la portata e contraddirsi: “Le parole sul successore sono poche, quattro righe….”, un po’ poco per parlare di clamore e di inediti, ma al giornalista è sufficiente per imbastirci sopra una enciclopedia del pensiero benedettiano sul suo successore e dice che quelle quattro righe però: “sono in un contesto impegnativo, che tratta della centralità del tema della misericordia nell’attuale stagione della storia cristiana e costituiscono un inquadramento in positivo di quanto il Papa argentino viene proponendo su questo fronte e che non sempre incontra il gradimento degli addetti ai lavori…”.

Ci saremmo stupiti del contrario! In quattro righe questo giornalista ci legge niente meno che una enciclopedia e un’ attacco di Benedetto XVI a chi – “addetti ai lavori” – (e chi sarebbero?), non trovano però gradimento della linea sulla misericordia intrapresa da El Papa argentino.

Benedetto XVI infatti non è entrato affatto nel “merito” del magistero di Papa Francesco, ha solo detto, in quattro righe, che il RICHIAMO COSTANTE alla Misericordia espresso negli scritti di Santa Faustina e di Giovanni Paolo II, è presente nella linea pastorale intrapresa da Bergoglio. Punto.

Il problema, come abbiamo rilevato in diverse occasioni, non sta nella predicazione sulla Misericordia, ma il tacere sulla conversione necessaria affinché questa Misericordia diventi operativa e salvifica. Il problema di questo pontificato sta nell’omissione dottrinale del peccato e non sulla pastorale della misericordia di cui tutti abbiamo sempre più bisogno.

Per concludere suggeriamo, vivamente, di leggere davvero l’intervista a Benedetto XVI che riteniamo molto illuminante a riguardo delle linee dottrinali da mantenere. E contrariamente alla menzogna disseminata da certi vaticanisti sinistroidi, noi ci limitiamo a riportare alcune affermazioni interessanti di Benedetto XVI, che ci confermano nella fede della Chiesa.

«… La Chiesa non si è fatta da sé, essa è stata creata da Dio e viene continuamente formata da Lui. Ciò trova la sua espressione nei sacramenti, innanzitutto in quello del battesimo: io entro nella Chiesa non già con un atto burocratico, ma mediante il sacramento. (..) La pastorale che intende formare l’esperienza spirituale dei fedeli deve procedere da questi dati fondamentali. È necessario che essa abbandoni l’idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all’incontro con Gesù Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento».

«Innanzitutto tengo a sottolineare ancora una volta quello che scrivevo su Communio 2000 in merito alla problematica della giustificazione. Per l’uomo di oggi, rispetto al tempo di Lutero e alla prospettiva classica della fede cristiana, le cose si sono in un certo senso capovolte, ovvero non è più l’uomo che crede di aver bisogno della giustificazione al cospetto di Dio, bensì egli è del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fronte alla miseria dell’essere umano, tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui. A questo proposito trovo indicativo il fatto che un teologo cattolico assuma in modo addirittura diretto e formale tale capovolgimento: Cristo non avrebbe patito per i peccati degli uomini, ma anzi avrebbe per così dire cancellato le colpe di Dio. Anche per ora la maggior parte dei cristiani non condivide un così drastico capovolgimento della nostra fede, si può dire che tutto ciò fa emergere una tendenza di fondo del nostro tempo

Concludiamo con una citazione più lunga di questa intervista a Benedetto XVI, perché sarebbe un peccato spezzarla e perché deve essere tenuta integralmente per comprendere cosa sta dicendo.

«Se è vero che i grandi missionari del XVI secolo erano ancora convinti che chi non è battezzato è per sempre perduto, e ciò spiega il loro impegno missionario, nella Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II tale convinzione è stata definitivamente abbandonata. Da ciò derivò una doppia profonda crisi. Per un verso ciò sembra togliere ogni motivazione a un futuro impegno missionario. Perché mai si dovrebbe cercare di convincere delle persone ad accettare la fede cristiana quando possono salvarsi anche senza di essa? Ma pure per i cristiani emerse una questione: diventò incerta e problematica l’obbligatorietà della fede e della sua forma di vita.

Se c’è chi si può salvare anche in altre maniere non è più evidente, alla fin fine, perché il cristiano stesso sia legato alle esigenze dalla fede cristiana e alla sua morale. Ma se fede e salvezza non sono più interdipendenti, anche la fede diventa immotivata. Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessità universale della fede cristiana con la possibilità di salvarsi senza di essa.

Karl Rahner, SJ, il relativista a destra, e Joseph Ratzinger, lantirelativista.
Karl Rahner, SJ, il relativista, e il card. Joseph Ratzinger, l’antirelativista, in un foto del 1979.

Ne ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei cristiani anonimi di Karl Rahner. In essa si sostiene che l’atto-base essenziale dell’esistenza cristiana, che risulta decisivo in ordine alla salvezza, nella struttura trascendentale della nostra coscienza consiste nell’apertura al tutt’altro, verso l’unità con Dio. La fede cristiana avrebbe fatto emergere alla coscienza ciò che è strutturale nell’uomo in quanto tale. Perciò quando l’uomo si accetta nel suo essere essenziale, egli adempie l’essenziale dell’essere cristiano pur senza conoscerlo in modo concettuale.

Il cristiano coincide dunque con l’umano e in questo senso è cristiano ogni uomo che accetta se stesso anche se egli non lo sa. È vero che questa teoria è affascinante, ma riduce il cristianesimo stesso a una pura conscia presentazione di ciò che l’essere umano è in sé e quindi trascura il dramma del cambiamento e del rinnovamento che è centrale nel cristianesimo.

Ancor meno accettabile è la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall’Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva è essenzialmente più realistica, più concreta e più vera nella sua disamina delle varie religioni. Una ricezione così semplicistica non è proporzionata alla grandezza della questione…».


Del resto, Lucetta Scaraffia, in un editoriale pubblicato su L’Osservatore Romano, è pienamente d’accordo con la nostra analisi: “L’intervista che Benedetto XVI ha rilasciato al teologo gesuita Jacques Servais sul tema della fede tocca temi cruciali. Non si rivela tanto come un appoggio offerto dal Papa emerito a un presunto partito della misericordia, e quindi a Francesco, come ha rilevato chi ha dato dell’intervista soprattutto un’interpretazione giornalistica: come se il tema della misericordia costituisse un’esclusiva del Papa regnante e non un tema fondativo della tradizione cristiana, anche se spesso emarginato e dimenticato. Piuttosto l’intervista è importante perché contiene un’interpretazione storica di grande rilievo, di quelle che ribaltano il pensiero comune (…). (…) L’uomo pensa di poter intervenire per fare meglio di Dio, quel Dio che lo avrebbe così deluso per le sue colpe. La riflessione di Benedetto XVI quindi tocca ancora una volta il cuore dei problemi del nostro tempo, aiuta a capire il senso dell’epoca in cui viviamo, senza toglierci la speranza. (…)”.

“.

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3 thoughts on “La Misericordia non è un’invenzione di Francesco

  1. A me fa davvero (penosamente) ridere tutto questo attribuire il brevetto della Misericordia di Dio a papa Bergoglio.
    Mi dico che basterebbe solo ricordare che la Chiesa cattolica, nei DUEMILA anni della sua storia, ha sempre e solo proclamato dei santi e dei beati.
    Questo per dire cosa? per dire che non si è mai permessa di dichiarare che la sorte di qualcuno è finita all’inferno (realtà che comunque per essa rimane quantomeno un’ipotesi concreta): non lo ha fatto neppure per Giuda o per altri efferati criminali, affidandoli al contrario alla Misericordia di Dio, della quale la Chiesa non ha mai dubitato.
    E questa fede è sempre stata proposta con discrezione, non con i martellanti leitmotiv a cui siamo sottoposti oggi dal suo presunto ‘autore’ e da tutto il circo mediatico.

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