Francesco e le “diaconesse”? Un film già visto

Ci risiamo. Le cronache di questo pontificato non fanno passare giorno senza che si parli delle “idee stravaganti” di Papa Francesco. Tuttavia è bene precisare che ad essere stravaganti, molto spesso, non sono le idee del Papa, ma ciò che i Media gli attribuiscono, ciò che essi filtrano e fanno arrivare alle orecchie delle persone le quali, poi, svogliate e pigre ad andare alla fonte della notizia originaria, si fermano a commentare, spesso con compiacimento, proprio ciò che il Papa non ha affatto detto.

VATICAN-JAPAN-RELIGION-ROYALS-DIPLOMACY-POPEGeneralmente non è questo un argomento che possiamo trattare qui con le nostre opinioni, ma per approfondire il tema prendiamo spunto dal chiarimento fatto da La nuova Bussola – vedi qui – per dare giusto alcune indicazioni guida e generali, atte a non sbagliare percorso e, soprattutto, a non prendere mai per oro colato quanto i Media ci impongono attribuendolo al Papa.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ad esempio, non usa l’aggettivo “permanente” ma lo usa solo per citare la Lumen Gentium n.29, con due paragrafi dedicati alla parola “diaconia”.

Il n.1569 (III. I tre gradi del sacramento dell’Ordine) dove i diaconi stanno “In un grado inferiore della gerarchia” e ai quali “soltanto il Vescovo impone le mani…” per significare un legame “speciale” , e il n.1588 (VII. Gli effetti del sacramento dell’Ordine) relativo alla grazia sacramentale “forza necessaria… per la ‘diaconia’ della Liturgia, della Parola e della carità, in comunione con il Vescovo e il suo presbiterio”.

Ora, secondo la LG n.21 l’episcopato è “pienezza del sacramento dell’Ordine”; presbiterato e diaconato, invece, sono due ministeri distinti; due modalità differenti e convergenti (“le braccia” del Vescovo, come si diceva nell’antichità) per condividere quella pienezza e contribuire a realizzarla nella prassi della vita della Chiesa. L’episcopato sarebbe la sommità dell’angolo; presbiterato e diaconato i due lati che interagiscono con il vertice. Il terzo lato rimane aperto: siamo noi laici, l’intero popolo di Dio con la sua ministerialità diffusa grazie al Battesimo che ci fornisce di quel “sacerdozio regale” (non ministeriale) che serve, in definitiva, a santificare le nostre vite.

Il diaconato, lo sappiamo bene ma lo riportiamo qui brevemente, nasce nella prima ora della Chiesa ed è riportato in Atti: «Prescelsero Stefano, uomo ricolmo di fede e di Spirito Santo, e Filippo, Procuro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, proselito di Antiochia; e li presentarono agli Apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (6,5-6), santo Stefano, come sappiamo infatti, non solo è il primo martire della giovane Chiesa, ma è anche patrono dei Diaconi e che viene ucciso perché “predicava” la Parola di Dio (At.8,5-40) quindi il diacono, non si occupava solo della “mensa dei poveri”, ma aiutava già il vescovo nelle funzioni specifiche al suo ministero.

Anche nelle lettere di San Paolo vengono nominati i diaconi diverse volte (1Tm.3,8-13; Fil.1,1…),  esistono perciò i diaconi come struttura della giovane Chiesa, assieme ma distinti dai vescovi-presbiteri (Fil.1,1), con una missione di carattere messianico, come partecipazione alla missione apostolica (At.6,6) e come tale, con un’investitura data dall’imposizione delle mani e dalla preghiera, che in seguito sarà chiamata sacramentale. Tutto ciò, si badi mene, nulla a che vedere con la Donna e il suo ruolo nella Chiesa. Rivendicare oggi questo ruolo del diaconato, da parte delle donne, è solo frutto di quella piaga purulenta che san Pio X condannò con il nome di Modernismo.

Anche la crisi sacerdotale, il calo delle vocazioni sacerdotali, ma non solo queste, ha fatto sì che il veleno modernista spingesse i Padri conciliari ad aprire un varco nel diaconato affinché vi subentrassero, poi, anche le donne (cardinale Martini docet), ma di tanti improvvisati vaticanisti e pure fra tanti sacerdoti che citano il Concilio e la stessa LG, omettono di riportare questo passaggio chiarissimo:

“E siccome questi uffici, sommamente necessari alla vita della Chiesa, nella disciplina oggi vigente della Chiesa latina in molte regioni difficilmente possono essere esercitati, il diaconato potrà in futuro essere ristabilito come proprio e permanente grado della gerarchia. Spetterà poi alla competenza dei raggruppamenti territoriali dei vescovi, nelle loro diverse forme, di decidere, con l’approvazione dello stesso sommo Pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per la cura delle anime. Col consenso del romano Pontefice questo diaconato potrà essere conferito a uomini di età matura anche viventi nel matrimonio, e così pure a dei giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato.” (n.29).

Dunque, il diaconato è “un grado della gerarchia” il quale è sì concesso agli uomini già sposati, ma per chi vi vuole accedere, giovane: “deve rimanere ferma la legge del celibato”. Che i diaconi rivestissero poi una grande importanza nella chiesa antica è testimoniato dalle frequenti e positive testimonianze che ne danno i Padri apostolici:

  • Clemente (discepolo degli apostoli) nella lettera ai Corinzi;
  • Ignazio di Antiochia (II sec.) che nelle sue lettere dà dell’ambito ministeriale dei diaconi una dimensione cristologia «sono diaconi di Gesù Cristo» e «sono diaconi dei misteri di Gesù Cristo» (Trall. 2,3) e li accomuna ai vescovi e ai presbiteri.
  • Policarpo di Smirne (discepolo degli apostoli +155) nella lettera ai Filippesi.
  • Giustino (100 ca. – 167) nella prima apologia.

Significativo uno scritto dei primi decenni del sec. III che descrive la costituzione della Chiesa: «Il diacono sia l’orecchio del vescovo, la sua bocca, il suo cuore e la sua anima, perché voi (vescovo e diacono) siete due in una sola volontà e nella vostra unanimità la Chiesa troverà la pace» (XI 44).

Perciò la Chiesa, fin dai primi secoli, ha associato il diaconato alla gerarchia sacerdotale, il primo gradino, per questo le donne non sono mai state “contemplate” per assumere questo ruolo. Ci sarebbe da studiare anche la presenza e il ruolo dei chierici, ma questo è un altro tema.

Ed è presto detto perché normalmente, dopo gli anni di formazione nel diaconato, può da questo servizio, anche, maturare la vocazione sacerdotale. Qualcuno in questi giorni ha pure scritto che il diaconato sarebbe una sorta di “sacerdozio di serie B”. Idiozia! Senza dubbio è una specie di sacerdozio di serie B e, diremo, anche ridicolo all’interno del protestantesimo. Primo perché essi hanno rinnegato il Sacramento dell’Ordine, mantenendosi però il servizio, e secondo perché la loro è una vera scimmiottatura non solo del sacramento, ma anche per averlo allargato appunto alle donne come pretesse e vescovesse, e più che serie B sono solamente donne ridicole.

I “novatores” del Concilio, e pure dopo, hanno continuato a seminare la confusione sul tema, tanto che Paolo VI ebbe a chiarire definitivamente con quanto segue:

“è bene che quanti esercitano davvero il ministero diaconale siano fortificati e più strettamente associati all’altare mediante l’imposizione delle mani, che è tradizione apostolica, affinché più efficacemente essi adempiano, in virtù della grazia sacramentale del diaconato, il proprio ministero. In tal modo, sarà ottimamente chiarita la natura propria di questo Ordine che non deve essere considerato come un puro e semplice grado di accesso al sacerdozio; esso, insigne per l’indelebile carattere e la particolare sua grazia, di tanto si arricchisce che coloro i quali vi sono chiamati possono in maniera stabile dedicarsi ai ministeri di Cristo e della Chiesa” (Paolo VI Sacrum Diaconatus).

Da queste parole non pochi vi hanno letto la prima “apertura” alle donne, ma è falso! Paolo VI intendeva ridare vita al diaconato “permanente”, ossia di quei diaconi che non sarebbero mai diventati sacerdoti. Questo significa diaconato “permanente”, il quale sarebbe dovuto servire laddove, anche per carenza di sacerdoti, o solo per il ministero che gli è proprio, i vescovi avrebbero potuto contare su di loro per un servizio minimo e indispensabile tra i fedeli.

Pope Paul VI In His Office At VaticanAnche Paolo VI, coerentemente con la LG, specifica:

“Per legge della Chiesa, confermata dallo stesso Concilio Ecumenico, coloro che da giovani sono chiamati al diaconato sono obbligati ad osservare la legge del celibato”.

“Possono essere chiamati al diaconato uomini di età più matura, sia celibi che congiunti in matrimonio; questi ultimi, però, non siano ammessi se prima non consti non soltanto del consenso della moglie, ma anche della sua cristiana probità e della presenza in lei di naturali qualità che non siano di impedimento né di disdoro per il ministero del marito. (…) Quando si tratti di uomini coniugati, occorre fare attenzione a che siano promossi al diaconato quanti, già da molti anni vivendo in matrimonio, abbiano dimostrato di saper dirigere la propria casa ed abbiano moglie e figli che conducano una vita veramente cristiana e si distinguano per l’onesta reputazione (Cf 1 Tm 3,10-12). (…) È auspicabile che anche tali diaconi siano provvisti di non mediocre dottrina, secondo quanto è stato detto ai nn. 8, 9, 10, o che almeno essi abbiano credito per quella preparazione intellettuale che, a giudizio della Conferenza episcopale, sarà loro indispensabile per il compimento delle proprie specifiche funzioni. (..) Sempre ed attentamente, però, occorre vigilare affinché soltanto uomini idonei e sperimentati siano annoverati nel sacro ordine. Ricevuta l’ordinazione, i diaconi, anche quelli promossi in età più matura, sono inabili a contrarre matrimonio in virtù della tradizionale disciplina ecclesiastica. Si badi che i diaconi non esercitino arti o professioni che, a giudizio dell’Ordinario del luogo, non convengano loro o impediscano il fruttuoso esercizio del sacro ministero.”

Il tutto, e per frenare interpretazioni e derive sopraggiunte in questi anni, è stato ribadito da una Lettera Motu Proprio di Benedetto XVI dove leggiamo:

“Coloro che sono costituiti nell’ordine dell’episcopato o del presbiterato ricevono la missione e la facoltà di agire nella persona di Cristo Capo, i diaconi invece vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità” (Omnium in mentem 2009)

Per avviarci ad una conclusione, quanto vi abbiamo offerto serve anche a comprendere perché il diaconato può essere inteso solo al maschile. La stessa Commissione Teologica Internazionale – vedi qui -, suscitata al dibattito, esprimeva come la sacramentalità del diaconato deve essere compresa nella prospettiva unitaria del sacramento dell’Ordine. La sacramentalità dell’Ordine, dice in sostanza il testo, consiste nel rendere presente Cristo che agisce nella persona del ministro che guida la Chiesa (capo), nello stile del servizio (servo) per condurre la Chiesa stessa (pastore), resa feconda con la parola e i sacramenti nel dono dello Spirito (sposo) verso i pascoli della vita eterna (escatologia), avendo compiuto la missione di evangelizzare l’umanità per l’edificazione del regno di Dio. L’Ordine, pur essendo un unico sacramento che abilita al ministero, assume diverse espressioni di attuazione del ministero stesso — episcopato, presbiterato e diaconato — non riducibili ne sostituibili tra loro. Il diaconato è perciò una diversa espressione dell’Ordine sacro.

Il Documento in questione spiega poi un certo percorso storico interno alla Chiesa nel quale sono presenti le donne non diacono, ma diaconesse, distinzione importante atta proprio a non confonderle con il diacono, il ministero dell’Ordine sacro. Ad ogni modo, questa presenza circoscritta ad alcune comunità della Siria, non solo non ebbero diffusione ma, si sottolinea: “Non si parla dell’ordinazione di questi ministri..”, ossia di questi “diaconi e diaconesse” che non venivano ordinati ulteriormente. E si specifica ancora: “I diaconi sono scelti dal vescovo per «occuparsi di molte cose necessarie», e le diaconesse solamente «per il servizio delle donne (..) La diaconessa deve procedere all’unzione corporale delle donne al momento del battesimo, istruire le donne neofite, andare a visitare a casa le donne credenti e soprattutto le ammalate. Le è vietato amministrare il battesimo o svolgere un ruolo nell’offerta eucaristica »“.

Infine troviamo la cessazione del diaconato femminile e il motivo: «Nei tempi antichi si ordinavano diaconesse; esse avevano la funzione di occuparsi delle donne adulte, perché non si scoprissero davanti al vescovo. Ma quando la religione si diffuse e si stabilì di amministrare il battesimo ai bambini, tale funzione fu abolita» – «Il titolo, senza corrispondere a un ministero, rimane attribuito a donne che sono istituite vedove o badesse. Sino al secolo XIII, alcune badesse sono talora chiamate diaconesse… (…).. le diaconesse di cui si fa menzione nella Tradizione della Chiesa primitiva – secondo ciò che suggeriscono il rito di istituzione e le funzioni esercitate – non sono puramente assimilabili ai diaconi».

Ma vogliamo concludere con le affermazioni, davvero infallibili perchè sono “ordini” magisteriali della Chiesa Cattolica attraverso san Giovanni Paolo II, atte a “togliere ogni dubbio” in materia, dal Documento Ordinatio Sacerdotalis, vedi qui, dove nello citare Paolo VI, scrive:

“La Dichiarazione riprende e spiega le ragioni fondamentali di tale dottrina, esposte da Paolo VI, concludendo che la Chiesa «non si riconosce l’autorità di ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale». A queste ragioni fondamentali il medesimo documento aggiunge altre ragioni teologiche che illustrano la convenienza di tale disposizione divina, e mostra chiaramente come il modo di agire di Cristo non fosse guidato da motivi sociologici o culturali propri del suo tempo.

(…)  D’altronde, il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo. La presenza e il ruolo della donna nella vita e nella missione della Chiesa, pur non essendo legati al sacerdozio ministeriale, restano comunque assolutamente necessari e insostituibili. Come è stato rilevato dalla stessa Dichiarazione Inter Insigniores, «la Santa Madre Chiesa auspica che le donne cristiane prendano pienamente coscienza della grandezza della loro missione: il loro ruolo sarà oggigiorno determinante sia per il rinnovamento e l’umanizzazione della società, sia per la riscoperta, tra i credenti, del vero volto della Chiesa»

(…) Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa“.

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One thought on “Francesco e le “diaconesse”? Un film già visto

  1. È innegabile che molti giornalisti (per fortuna non tutti) e molti REDATTORI si comportano da gaglioffi, estrapolando arbitrariamente da dichiarazioni papali ciò che il papa non ha detto, o detto in maniera diversa.
    Rimane tuttavia che questo papa ci mette abbondantemente del suo, stuzzicando il circo mediatico e inducendo i giornalisti in tentazione di pressapochismo, per non dire altro.
    Non dimentichiamo che anche questi ultimi, han ‘da campare la vita’ e che OGNI giornale ha un padrone.
    Personalmente ritengo che il diabolico circuito massmediatico di cui vediamo i nefasti effetti con questo papato sia un binario: una rotaia è quella dei giornali che operano col braccio di giornalisti e redattori più o meno in buona fede; l’altra è costituita da questo specifico papa che non è sceso dalla luna l’altro ieri e sa benissimo come titillare il (distorto) mercato dell’informazione, ivi compresa quella religiosa, e vaticana in particolare.

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